Cibo per la mente: le riflessioni di cinque esperti per capire il mondo. I Food Talks

09 Ottobre 2020

«Il Coronavirus è la risposta biologica di Gaia, il nostro pianeta vivente, allo stato di emergenza ecologica e sociale del quale il genere umano è oggi vittima e causa». È l’affermazione con cui Fritjof Capra, fisico, economista e scrittore austriaco, inaugura la serie dei Food Talks in programma oggi sulla piattaforma www.terramadresalonedelgusto.com a partire dalle 15.

Insieme a lui nel programma digital di Terra Madre Salone del Gusto 2020 di oggi intervengono Dave Goulson, professore di biologia all’Università del Sussex e autore di diversi libri sull’ecologia degli impollinatori e sulla conservazione dei bombi (ore 15).

Carolyn Steel, architetta e autrice del libro Sitopia: come il cibo può salvare il mondo (non ancora tradotto in italiano), che ci offre una visione provocatoria ed esaltante sul cambiamento e di come riuscire a prosperare sul nostro affollato e surriscaldato pianeta (ore 18); Jessica Fanzo, docente di politiche alimentari internazionali presso il Berman Institute of Bioetics della Johns Hopkins University (ore 18); Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, direttore della Scuola Normale di Pisa dal 1999 al 2010. Tra i suoi libri sul paesaggio e sulla necessità di difendere questo bene comune: Paesaggio costituzione cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile e Costituzione incompiuta. Arte, paesaggio, ambiente (ore 18).
Li raccontiamo attraverso le parole chiave che tratteranno durante i loro Food Talk.


PANDEMIA. LE LEZIONI DI GAIA: UN’ANALISI SISTEMICA DI COVID-19, FRITJOF CAPRA

Dobbiamo interpretare il coronavirus come una risposta biologica del nostro pianeta vivente, Gaia, allo stato di emergenza ecologica e sociale del quale il genere umano è oggi vittima e causa. Il contagio è nato da uno scompenso di tipo ecologico ma le sue ricadute sono drammatiche a livello sociale. Gli studiosi e gli ambientalisti ci hanno messo in guardia sulle devastanti conseguenze dei nostri sistemi non-sostenibili in tutti gli ambiti già da decenni. Finora, però, i nostri leader, incapaci di affrancarsi dall’ebrezza del profitto finanziario e del potere politico, si sono ostinati a fare finta di nulla: hanno preferito occuparsi di fluttuazioni economiche e politiche a breve termine, ignorando le ricadute a lungo termine. Adesso, però, le élite politiche e finanziarie non possono più fare finta di nulla, perché la pandemia di Covid-19 ha fatto di quelle nefaste prospettive future una realtà vissuta.

La sistematica compromissione degli ecosistemi, mossa dall’avidità dei grandi conglomerati aziendali, ha frammentato quei sistemi, lacerando la tela della vita. Nelle epoche di pandemia, infatti, il problema della giustizia sociale non è più una questione politica di sinistra contro destra, ma una questione di vita o di morte. Per contenere la diffusione delle pandemie, oggi come in futuro, è fondamentale migliorare le condizioni di vita dei meno fortunati. Sono gli approcci di ordine etico, orientati al bene comune, a diventare una questione di vita o di morte in un’epoca di pandemia. Perché a una pandemia come il Covid-19 si può scampare solo grazie a un agire collettivo di orientamento cooperativo. Il processo di rigenerazione ambientale è derivato, nei giorni del lockdown, da una brusca riduzione del volume delle attività umane, ma si potrebbero ottenere esiti altrettanto positivi modificando in modo radicale il nostro modo di vivere in questo Pianeta. 

IMPOLLINATORI. COLTIVARE FIORI PER SALVARE IL MONDO, DAVE GOULSON

Gli impollinatori sono in declino, negli ultimi anni sono stati pubblicati alcuni studi davvero preoccupanti che mostrano tassi di scomparsa spaventosamente veloci. Nel 2017 è uscito in Germania un report che mostrava un calo del 76% della biomassa degli insetti volanti nel giro di 26 anni.

Gli insetti costituiscono buona parte della vita sulla Terra. Rappresentano la fonte di cibo per la stragrande maggioranza delle specie, ad esempio uccelli, così come pipistrelli, molti pesci d’acqua dolce, lucertole, anfibi e così via.

Gli insetti sono coinvolti in ogni processo ecologico che si possa pensare: riciclare le sostanze nutritive, letame e cadaveri, alberi morti. Mantenere il suolo sano. E, naturalmente, l’impollinazione. Non sono solo le api, ma anche le vespe, i coleotteri, molte specie diverse di mosche, farfalle e falene. Impollinano l’87% di tutte le specie vegetali del mondo, che spariranno senza impollinatori in grado di far germogliare i semi. E impollinano il 75% delle colture agricole nel mondo. Quindi senza impollinatori non avremmo la maggior parte della nostra frutta e verdura, non avremmo fragole, mirtilli o lamponi, zucche, pomodori o peperoncini, e anche cibi come il caffè e il cioccolato. La buona notizia è che ribaltare questa situazione è abbastanza facile.

A differenza di molte grandi questioni ambientali, tutti possiamo offrire un contributo. Ad esempio, qualsiasi tipo di orto si può rendere “amico degli insetti”. Si possono coltivare fiori per attirarli, si possono fornire loro posti tranquilli per nidificare.Ma naturalmente orti e giardini non occupano un’area così grande rispetto ai terreni agricoli. E il grande elemento chiave delle morie di insetti è stato il modo in cui, in agricoltura, si è intensificato negli ultimi 100 anni l’utilizzo di molti pesticidi, insetticidi e altre sostanze chimiche dannose per gli insetti.

Dobbiamo fermarci e trovare un altro modo di coltivare cibo che cooperi con la natura, anziché agire contro di essa. Potremmo fare pressioni per una corretta gestione integrata dei parassiti in agricoltura, in tutta Europa, idealmente in tutto il mondo. Ci sono modi di coltivare che replicano l’agricoltura su piccola scala, pratiche come l’agroforestazione, la permacultura, l’agricoltura biodinamica, l’agricoltura biologica. 

BENESSERE DEL PIANETA, BENESSERE DELLE PERSONE, JESSICA FANZO

Tutti noi, ogni giorno, mangiamo. A volte facciamo scelte sane a volte facciamo scelte malsane. Le questioni sociali e sistemiche svolgono un ruolo in queste scelte.

In questo momento molte persone sono malnutrite, nel mondo la fame sta crescendo, non sta diminuendo, per il quarto anno di fila. L’obesità è un problema che riguarda ogni Paese e che vive una rapida ascesa tra le fasce economiche di reddito medio-basso. Stiamo mangiando troppo cibo… In tutto il mondo aumentano le dimensioni delle porzioni e l’apporto calorico dei cibi che consumiamo. Stiamo mangiando un sacco di alimenti a base di amido, zucchero, sale, grassi malsani, carni lavorate, e non abbastanza alimenti buoni: frutta, verdura, legumi, noci e semi, la varietà e la diversità che la Terra fornisce.

Molti di noi mangiano in modo poco sostenibile: molta carne, alimenti di origine animale che contribuiscono in modo significativo alle emissioni di gas serra, a cambiamenti di destinazione d’uso delle risorse idriche e del suolo, l’eutrofizzazione, all’acidificazione dei paesaggi…

Non solo: viviamo incredibili ingiustizie nelle diete a cui le persone hanno accesso. Che cosa possiamo fare per migliorare le abitudini alimentari e iniziare ad affrontare questo carico di malnutrizione? Ci vuole un impegno comunitario, che coinvolge i governi, le imprese, la società civile e i cittadini, ognuno con un proprio ruolo. Tra i principali interventi da prendere c’è il miglioramento della catena di  approvvigionamento alimentare, e direi che questo aspetto tocca due grandi questioni agricole e politiche.

La prima è riorientare l’agricoltura, coltivando quello che vogliamo mangiare. La seconda questione è migliorare i luoghi del cibo, cioè il luogo che frequentiamo come consumatori – un mercato o un ristorante – perché nei luoghi del cibo ci sono molte leve che influenzano le nostre scelte. Abbiamo bisogno dei governi e di fondi che ci aiutino a dare una spinta nella giusta direzione, facilitando le persone nella scelta di opzioni più sane. Infine noi come cittadini dobbiamo abbracciare le nostre tradizioni, la nostra cultura e le nostre abilità culinarie, e ricordare ciò che i nostri antenati ci hanno insegnato nello scegliere cibi che modellano la nostra vita, la nostra cultura e le nostre tradizioni.

SITOPIA: RIPENSARE ALLA CITTA’, PARTENDO DAL CIBO, CAROLYN STEEL


Il cibo non definisce soltanto il nostro girovita, ma anche le nostre menti, i corpi, le case, le abitudini, la politica, l’economia e, naturalmente, le città e le campagne. Il cibo è una forza che dà forma alle nostre vite in moltissimi modi, spesso invisibili. Per questa ragione ho coniato una nuova parola: sitopia. Deriva dal greco “sitos”, che vuol dire cibo, e “topos”, luogo, e significa perciò “luogo del cibo”. Perché ho inventato questo termine? Per trovare un’alternativa all’utopia – un “buon luogo”, ma che non può esistere – e pensare quindi al tema di come dovremmo vivere nel modo più ampio possibile. 

In questo momento, a mio modo di vedere, viviamo in una sitopia negativa perché non diamo valore alla materia di cui è fatta: il cibo. Abbiamo creato l’illusione del cibo a basso prezzo, ma questo ci sta distruggendo: non solo noi, la specie umana, ma anche il pianeta, la casa in cui viviamo. Che cosa possiamo fare? La cosa più ovvia da fare, come sostiene Slow Food, è riconoscere il valore del cibo. In che modo? Trasformando il rapporto tra la città e la campagna, il luogo in cui viviamo e quello dove nascono i prodotti che ci nutrono. I paesaggi che ci nutrono spesso distano centinaia o migliaia di chilometri da dove consumiamo i prodotti che ne derivano . 

Ci servono le città, ma anche le campagne. Come coniugare queste due esigenze? Unendo la città al suo retroterra produttivo: dobbiamo quindi massimizzare la quantità di cibo locale che arriva nelle città, agendo a più livelli. Da un lato dobbiamo tornare a sistemi alimentari più locali e stagionali, dall’altro agire individualmente sia nella produzione – per esempio coltivando ortaggi sul tetto o sui balconi, negli orti urbani o nei campi comunitari – sia nel consumo, rifornendoci in quei mercati contadini che avvicinano città e campagna.

L’AGRICOLTURA DI QUALITA’ TUTELA IL PAESAGGIO, SALVATORE SETTIS


L’Italia è piena di misteri, ma fra i misteri italiani uno è come mai un paese che non ha nessun incremento demografico, anzi perderebbe popolazione se non ci fossero per nostra fortuna gli immigrati, continui a costruire e cementificare, a scapito dei terreni più fertili… Tutto questo ha una spiegazione molto complessa di cui la sostanza è che si tratta di una cultura molto arcaica non aggiornata sui reali bisogni dell’umanità, dove il mattone, come si suol dire, è ritenuto una forma di investimento per bloccare, per surgelare un capitale. Mentre l’agricoltura non è ritenuta redditizia. Purtroppo noi non teniamo conto di questo terribile consumo di suolo in cui l’Italia è al primo posto in Europa, superando anche paesi molto più popolosi come la Germania. 

Non stiamo pensando al cibo che dovrà nutrire noi e le generazioni future. Io penso che dovremmo partire dalla scuola per spiegare che l’agricoltura di qualità è la maggiore e la migliore forma di tutela del paesaggio. La nostra Costituzione all’articolo 9 dice che la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione. La tutela del paesaggio però non è fatta in nome della bellezza del paesaggio. Il paesaggio va tutelato come luogo da vivere, e per farlo, tutte le forme di vita del paesaggio sono da considerare come un sistema, un biosistema allargato in cui l’agricoltura di qualità, quando è praticata bene, salvaguarda il paesaggio meglio di ogni altra cosa.

Da questo punto di vista io credo che il messaggio fondamentale che la scuola dovrebbe dare ai nostri ragazzi è che il paesaggio e l’ambiente sono beni comuni che appartengono a tutti. E quando si dice “bene comune” si intende non soltanto di tutti i viventi, ma anche di tutti coloro che lo saranno fra cento anni. Abbiamo il dovere di consegnare ai nostri discendenti un ambiente e un paesaggio più ricchi, non meno ricchi. Siamo i custodi temporanei di un’eredità che abbiamo ricevuto, ed è nostro dovere saperla trasmettere alle generazioni future.