La cicerchia, il lonzino e le altre. Il recupero delle tradizioni nel cuore delle Marche

16 Marzo 2021

Nel 1996, nel cuore di Serra de’ Conti, nelle Marche, un gruppo di amici con la passione per l’agricoltura e per le tradizioni della loro terra fonda la cooperativa La Bona usanza. L’obiettivo è quello di salvare i prodotti del territorio in via d’estinzione. Come la cicerchia.

Di recuperare la storia e la cultura che racchiudono e tornando così alla “bona usanza” di una volta.

La storia di questa avventura ce la racconta Marco Simonetti: «Quando abbiamo iniziato questo progetto, La Bona usanza era una semplice associazione. Un semplice gruppo di amici con la passione di un’agricoltura praticata nel rispetto dell’ambiente e con l’amore per le tradizioni della nostra terra. Tutto questo – non solo la cicerchia – rischiava di andare perso».

La scommessa cicerchia

I fiori di cicerchia, Presidio Slow Food

Continua Marco: «Abbiamo sempre pensato che il cibo di questo territorio fosse parte integrante della sua identità. Il cibo infatti racconta la storia di moltissime generazioni, il modo di sostentarsi della gente nel corso dei secoli. Condividiamo da sempre quelli che sono i valori di Slow Food e con gli stessi nobili scopi abbiamo iniziato a impegnarci per recuperare quelli che noi chiamiamo “i sapori della memoria”. La cicerchia è stata la nostra prima scommessa. Un legume dalle origini antichissime che rischiava di scomparire».

Chiamato il pane dei poveri, la cicerchia di Serra de’ Conti, è l’alimento che ha costituito la base dell’alimentazione di moltissimi contadini nel corso di numerose carestie. Ricco di calcio, fosforo, proteine, amidi e numerose vitamine, è un alimento sano, nutriente e completo. Ha una storia millenaria. Negli anni Cinquanta se ne erano quasi perse le tracce. Finché la Bona usanza non avvia il suo recupero.

Dal 1997, a fine novembre, la cooperativa organizza ogni anno la festa della cicerchia. Un modo per celebrare, per fare conoscere questo legume e mostrare i diversi modi in cui può essere cucinato. Oggi questo prodotto, grazie a questa attenta ricerca e a questo impegno per valorizzarlo e divulgarlo, è Presidio Slow Food ed è conosciuto e apprezzato da molti.

Il lonzino, la sapa, l’agresto: il recupero oltre la cicerchia

Lonzino di fico ingredienti

Ma la cooperativa la Bona usanza non si limita alla cicerchia, continuando il recupero della tradizione attraverso la valorizzazione di altre eccellenze locali come la sapa, l’agresto, la farina di granturco quarantino o il lonzino di fico, altro Presidio Slow Food.

Marco ci racconta di questo dolce tipico marchigiano: «Il lonzino di fico viene definito il dolce antispreco di queste parti. La ricetta nasce dall’esigenza che in passato avevano i contadini di non sprecare la grandissima quantità di fichi maturi. Questi avanzavano quasi sempre nel mese di settembre dal raccolto di queste terre. Gli agricoltori dell’epoca così, per conservare a lungo questi gustosissimi frutti, inventarono questo dolce prelibato: un impasto di fichi, noci, mandorle e anice stellato. Per decenni è stato un protagonista della tavola, ma oggi è raro riuscire a trovarlo. Rivalorizzare la storia di questa buona usanza marchigiana e mantenere viva questa tradizione è un impegno importantissimo per la nostra azienda».

La comunicazione del prodotto

Il fagiolo solfino. Ph. La Bona usanza

Diffondere e raccontare la storia di tradizioni passate attraverso dei prodotti quasi dimenticati nel tempo e farli conoscere anche al di fuori dei confini della propria regione non è una sfida semplice. Chiediamo a Marco di raccontarci come la Bona usanza sceglie di comunicare e divulgare i suoi valori e il cibo che li rappresenta. Ci risponde: «Nel corso di questi anni, fin dall’inizio, abbiamo colto ogni occasione possibile. Mercati, diverse edizioni del Salone del Gusto, qualsiasi iniziativa in cui avevamo l’opportunità di essere presenti per fare assaggiare i nostri prodotti. Per spiegarli e raccontare il cosiddetto “valore aggiunto” di ciò che ci impegniamo a recuperare e a vendere».

Poterlo fare di presenza, guardando negli occhi un cliente interessato e trasmettendogli i nostri valori, è il modo più semplice e bello di comunicare il nostro cibo. Ma oggi questo non basta più. «Per arrivare ancora più lontano e a più persone possibili, è necessario affidarsi alle nuove tecnologie, raccontando la nostra storia attraverso parole e immagini sui canali social o sul nostro sito, ma anche affidandoci a influencer che, una volta assaggiati i nostri prodotti, li raccontano a tutte quelle persone che si fidano del loro parere e che li seguono».

Conclude Marco: «Questo periodo triste e doloroso che abbiamo attraversato con il COVID-19 ci ha insegnato la necessità di trovare sempre nuovi modi per restare interconnessi fra di noi; di attuare nuove strategie per avvicinarci anche quando siamo lontani e di potere così continuare anche la nostra vita lavorativa. Proprio durante il primo lockdown abbiamo creato la nostra pagina Instagram. Abbiamo colto da questo periodo terribile l’occasione per cercare nuovi stimoli, per reinventarci ancora».

La Bona usanza ci dimostra che è possibile mantenere viva la tradizione del passato e l’identità di una terra, affrontando le difficili sfide del presente.

Di Carolina Meli, info.eventi@slowfood.it

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