Città edibili, città del futuro

16 Ottobre 2020

Il tema dell’approvvigionamento del cibo – e della sua qualità – in rapporto alle città è oggi uno dei temi più caldi dell’attualità.

In primo luogo, perché più della metà della popolazione mondiale vive in contesti urbani. Poi perché è proprio all’interno delle aree urbane che le disuguaglianze sociali e culturali si acuiscono, in particolare riguardo all’accesso a un cibo fresco e sano.

Il forum Città edibili, città del futuro ha dato occasione di discutere di questo tema con alcuni personaggi che nei loro Paesi lavorano con Slow Food su progetti innovativi per migliorare l’accesso al cibo di qualità all’interno delle città. Ma anche di sensibilizzare l’opinione pubblica e far crescere la consapevolezza della necessità di cambiare il sistema fin qui prevalente. Quello che determina lo spostamento di derrate alimentari per migliaia di chilometri, lo stoccaggio nei centri di smistamento della grande distribuzione, la vendita di alimenti trattati con conservanti e additivi per allungarne la conservazione, il confezionamento con grandi quantità di plastica e la conseguente produzione di rifiuti.

INDIA, GLI ORTI DI DIPAMUR

Dimapur è una città nella regione del Nord Est dell’India. È la città più popolosa della regione e anche la più densamente popolata dello Stato del Nagaland, con una popolazione stimata di circa 250.000 abitanti.

Qui lo chef Joel Basumatari ha il suo ristorante Smokey Joes. Come tutti i bravi cuochi, conosce i produttori che lo riforniscono di materie prime e li va a visitare a casa loro, nei villaggi che circondano la città. Ma lui ha fatto di più: con la comunità locale di Slow Food, ha incoraggiato gli agricoltori a usare tecniche sostenibili come la permacoltura, e hanno creato insieme un orto sperimentale. L’avvio della loro città del futuro.

I bambini della scuola Hollotolli.

«Dall’avvio di quest’orto poi è scaturita la nascita di altri 15, abbiamo iniziato una collaborazione con una scuola. Nel 2019 abbiamo organizzato un evento e siamo riusciti a creare reddito per i nostri agricoltori. Cerchiamo di rimanere molto connessi con i villaggi circostanti, manteniamo una relazione continua. In futuro cercheremo di divulgare la conoscenza delle pratiche agricole tradizionali in modo da diffonderle sempre di più. Finora è stata un’esperienza fruttuosa, abbiamo avuto incoraggiamenti dalla popolazione e dagli agricoltori. Cerchiamo di utilizzare le risorse che vengono dalle campagne nei nostri piatti, creando nuove ricette e diffondendole tra i cittadini. Io stesso vado a parlare con gli agricoltori, perché coltivino prodotti tradizionali».

La città del futuro fornisce molti esempi del ruolo dei cuochi nel rivitalizzare le zone rurali peri-urbane e nel creare circuiti di approvvigionamento sostenibili a filiera corta, oltre che della capacità di farsi ambasciatori della biodiversità gastronomica.

UGANDA, MANAFA E LA PIATTAFORMA DI ASSISTENZA AGRICOLA

John Kiwagalo, Slow Food Youth Network Africa

Anche in Uganda la rete di Slow Food lavora per fornire prodotti freschi alle popolazioni urbane. John Kiwagalo coordinatore di Slow Food Youth Network in Africa, ha raccontato: «Noi mobilitiamo le comunità e le famiglie alla creazione di orti (364 orti Slow Food in Uganda) e poi creiamo piattaforme online per dare ai prodotti uno sbocco commerciale. Abbiamo nel distretto di Manafa e nell’Uganda centrale una serie di Mercati della Terra. I produttori hanno l’opportunità di interfacciarsi con il consumatore direttamente grazie a una piattaforma di assistenza agricola e una di compravendita che viene gestita da Slow Food Uganda».

«Lavoriamo anche con le amministrazioni locali per spingere i cittadini a creare orti urbani, anche sui tetti. Si tratta di una misura che ha l’effetto di mitigare i danni delle alluvioni, perché la pioggia viene in parte assorbita dagli orti. Le città hanno un ruolo importante nella lotta al cambiamento climatico, e gli orti possono fornire una molteplicità di ricadute positive, dal punto di vista sanitario, culturale, sociale e ambientale».

STATI UNITI, SACRAMENTO E LA RIVITALIZZAZIONE DEI DESERTI ALIMENTARI

Chanowk Yisrael presso la Yisraeli Family Farm

Un esempio delle potenzialità positive di un orto all’interno di un quartiere degradato ce lo ha fornito Chanowk Yisrael (USA), fondatore della Yisrael Family Farm, un agricoltore attivo sui temi della sostenibilità e della resilienza urbana.

«Vi parlo da Sacramento in California, da questo spazio dove ho iniziato a lavorare nel 2005. Sono cresciuto in un quartiere che è un cosiddetto deserto alimentare (food desert), ma non è questa la città del futuro. Esistono ovviamente negozi di alimentari da una parte all’altra del mio quartiere, ma manca il cibo fresco. Quindi ho deciso di fondare una fattoria proprio qui. In famiglia eravamo abituati a mangiare insieme e di conseguenza abbiamo deciso di mutuare questa idea a vantaggio della comunità. Era un’idea che è stata contrastata all’inizio: vendere il nostro cibo era illegale, poi abbiamo creato una coalizione per cambiare queste regole. Ora abbiamo tutti i sabati un mercato per vendere cibo al quartiere. Dalla mia esperienza posso ricavare questa lezione: non possiamo prendere le città e distruggerle per rifarle, dobbiamo trovare il modo di ricostituire i circuiti alimentari laddove sono stati interrotti».

E per ricostituire i circuiti alimentari a filiera corta, un ruolo fondamentale ce l’hanno i mercati contadini o rionali all’interno delle città.

TURCHIA, I MERCATI DI IZMIR

Un esempio del ruolo positivo importante che possono avere le istituzioni amministrative locali quando si impegnano su questo fronte ci viene da Izmir, l’antica città turca di Smirne, sulla costa dell’Egeo. Guven Eken, leader di Slow Food Mahal e consigliere per la sostenibilità della Municipalità di Izmir ci ha raccontato che la città ha un’agricoltura molto diversificata, grazie a un territorio che va dalla costa a montagne alte fino a 2000 metri.

«Abbiamo un’agricoltura molto varia e qui si possono collegare comunità urbane e rurali. In passato c’era una netta separazione tra popolazione di campagna e di città, con risultati negativi. Questa separazione è un effetto di una mentalità artificiosa, è motivo di grandi problemi. In Turchia si dice che quando si mangia l’uva non bisogna far domande al vigneto. In realtà bisogna proprio fare il contrario, oggi dobbiamo informarci e questa è la base del nostro lavoro. Il Comune ha lavorato molto, a stretto contatto con cooperative agricole e sindacati, per approvvigionare i mercati della città. Abbiamo creato tre mercati dove le persone che vogliono alimenti sani a un prezzo ragionevole possono trovarlo. Poi ci sono anche botteghe, luoghi dove le persone vengono informate, dove si spiegano le pratiche agricole e i prodotti».

VIETNAM, LA RIQUALIFICAZIONE DEI MERCATI DI HANOI

L’immagine di un wet market ad Hanoi.

Anche in Vietnam, e in particolare nella capitale Hanoi, il ruolo dei mercati è fondamentale per lo sviluppo delle città del futuro. Lo ha spiegato Tran Thi Kieu Thanh Ha, manager di Livable Cities Program per Health Bridge Foundation. Dal 2010 questa organizzazione lavora per preservare i mercati di Hanoi. La capitale è in rapidissima crescita, ci sono 400 mercati, praticamente in tutti i quartieri.

«Sono luoghi di vendita sia formali che informali, il cibo ha un prezzo abbordabile, ma spesso non è riconosciuto il loro valore, non sono curati. Alcuni hanno corso il rischio di essere convertirli in aree commerciali, poi ci sono state ricerche e movimenti di opinione e si è deciso di fermare la conversione dei wet market in supermercati. Oggi le infrastrutture restano in molti casi degradate, ma lavoriamo con i diretti interessati per sviluppare nuovi concept architettonici».

PAESI BASSI, AMSTERDAM E LA LEZIONE DEI SUPERMERCATI

Secondo Jeffrey Spangenberg, presidente di Slow Food Amsterdam e co-fondatore dell’Amsterdam Food Council, con la pandemia c’è un calo del 30% delle attività nel Food Service, e questi effetti andranno a impattare nell’insieme del sistema. Saranno le aziende di piccola scala a risentirne, e molte potrebbero essere annientate.

«Ma ci sono anche cambiamenti positivi, come la tendenza al consumo di cibo in casa. Per il momento stiamo riscontrando due cambiamenti: i supermercati si dimostrano grandi vincitori nell’arena della fornitura del cibo, e pensiamo che questo continuerà. D’altro canto, c’è lo sviluppo del delivery. Probabilmente, anziché lottare contro i supermercati dobbiamo imparare da loro per capire come siano riusciti a dominare il mercato, dobbiamo utilizzare la loro esperienza. È importante che le città del futuro riprogettinno nuovi luoghi, chiamiamoli supermercati a livello regionale o superhub, che avvicinino consumatori e produttori, siano inclusivi e non focalizzati sul profitto ma sull’obiettivo di dar da mangiare cibo sano alle persone. Dobbiamo anche sfruttare l’economia delle piattaforme digitali, non possiamo ignorarne l’uso. Tutti devono poter utilizzare le piattaforme per la distribuzione, la logistica. L’ambizione che abbiamo ad Amsterdam è questa».

GIAPPONE, LA TECNOLOGIA CONTRO LO SPRECO ALIMENTARE

Il Giappone si dimostra all’avanguardia dal punto di vista della tecnologia digitale.

Taichi Isaku, organizzatore delle Disco Soup in Giappone e ideatore del progetto Tabete, membro di Slow Food Nippon, ha creato una start up che si occupa dello spreco alimentare.

«È un tema scottante, sappiamo che una grande parte del cibo prodotto viene sprecato in città. Pensando alla città del futuro, abbiamo sviluppato l’app Tabete per mettere in contatto chi ha un eccesso di cibo rispetto a chi lo ricerca. Consente a ristoranti che avanzano il cibo di darlo a chi ne ha necessità. L’altra funzionalità è quella di permettere alle persone sensibili al tema di entrare in contatto tra loro. Abbiamo circa 30.000 utenti in Giappone e abbiamo recuperato circa 16.000 pasti da quando è attiva la nostra app. Abbiamo lavorato con Slow Food e organizziamo eventi rivolti ai giovani e ai cittadini in generale. Vorremmo arrivare a rendere il sistema economicamente sostenibile e ci rivolgiamo anche ad aziende, non solo ad associazioni. L’app consente alle persone di ragionare su quanto consumano, cosa acquistano e questo dà benefici anche comportamentali».

di Paola Nano, p.nano@slowfood.it

Volete approfondire il tema del cibo nell’ecosistema Terre e città? Allora segnate in agenda questo forum, accessibile su prenotazione il 27 ottobre alle 15 (nel nostro fuso orario): Città mercato: il ruolo dei mercati pubblici per le economie alimentari regionali e la coesione sociale.

Hanno partecipato:

SESSIONE DELLE NOVE

Modera: Raoul Tiraboschi (Italia)

  • Joel Basumatari (India), cuoco e fondatore della comunità Slow Food Nagaland per la preservazione della biodiversità, Indigenous Terra Madre Network
  • Taichi Isaku (Giappone), organizzatore delle Disco Soup in Giappone e ideatore del progetto Tabete, membro di Slow Food Nippon
  • Lucille Ortiz (Filippine), Masipag (Farmer-Scientists Partnership for Development) National Secretariat settore ricerca, educazione e formazione
  • Tran Thi Kieu Thanh Ha (Vietnam), manager di Livable Cities Program per HealthBridge Foundation in Vietnam
  • Guven Eken (Turchia), leader di Slow Food Mahal e consigliere per la sostenibilità della Municipalità di Izmir

SESSIONE DELLE CINQUE

Modera: Richard McCarthy (USA)

  • Jeffrey Spangenberg (Paesi Bassi), presidente di Slow Food Amsterdam e co-fondatore dell’Amsterdam Food Council
  • John Kiwagalo (Uganda), coordinatore di Slow Food Youth Network in Africa, esperto di piattaforme online di sistemi di vendita per produttori di piccola scala
  • Chanowk Yisrael (USA), fondatore di Ysrael Family Farm, agricoltore impegnato nella sostenibilità e sul tema della resilienza urbana
  • Vicki Assevero (Trinidad e Tobago), avvocatessa, membro dell’Advisory Board della Yale School of the environment and forestry, fondatrice del Green Market Santa Cruz