Connettività, servizi, lavoro culturale: riconnettere le terre alte

12 Novembre 2020

«È una questione di prospettiva. Se si guarda al 2010, in valle eravamo praticamente esclusi dal mondo, con l’eccezione degli uffici della pubblica amministrazione. Oggi invece abbiamo maggiori possibilità. Ma siamo ancora indietro anni luce».

Sono al telefono con Roberto Colombero, 44 anni, malgaro e veterinario e presidente Uncem Piemonte (Unione nazionale comuni comunità enti montani). Prima, dal 2009 ha ricoperto in Val Maira il ruolo di sindaco di Canosio, e di presidente della Comunità montana Valli Grana e Maira.

La nostra chiacchierata si aggancia al senso della conferenza Riconnettere le Terre alte. Gli argomenti sul piatto sono molti: la connettività, i servizi. In genere le prospettive per chi sceglie di vivere in montagna.

Connettività per il futuro della montagna

Scopo della conferenza è interrogarsi e riflettere sul ruolo della tecnologia e dei servizi nel futuro della montagna. Un tema divenuto ancor più centrale in quest’ultimo anno, con lo smart working che in teoria consentirebbe a chiunque di lavorare da ovunque e quindi anche, in teoria, da un borgo montano.

Lo scopo è comprendere come si possa contribuire a ricostruire comunità e un tessuto sociale vitale in aree che per anni sono state abbandonate e dimenticate e alle quali non è sufficiente ragionare solo di turismo responsabile per potersi sentire incluse.

La connettività ha un ruolo importante. Chi decide di restare o tornare a popolare e ricostruire i borghi montani ha bisogno di essere sostenuto da una rivoluzione digitale in grado di coinvolgere tutti i soggetti erogatori di servizi, dalla pubblica amministrazione all’imprenditoria privata, da una tecnologia buona e virtuosa e da servizi che possano essere il filo di connessione tra aspetti sociologici, economici, etici e anche estetici.

Quando in valle è arrivata la rete

Il centro di Marmora, Valle Maira. Ph. Ph. Pampuco | Wikimedia

Roberto ricorda i suoi primi mesi da sindaco. «Nel 2009 eravamo davvero tagliati fuori dal mondo, poi in pochi mesi, a inizio 2010 siamo riusciti a garantire un minimo di connessione – 3MB in download – per tutti. Questo ha garantito altre modalità di lavoro soprattutto agli operatori turistici, sia per poter promuovere la propria attività sia per garantire alla clientela un servizio ormai considerato indispensabile».

«Però siamo ancora lontani dal poterci ritenere inclusi. Adesso la connettività non è ancora soddisfacente, è come se avessimo un’autostrada a cui non possiamo accedere, a cui manca l’ultimo miglio. Garantire a tutti 30MB in download va visto come un servizio di cittadinanza, e nei mesi di lockdown questo è divenuto ancora più evidente».

Non è difficile comprendere il perché. In montagna la stagione invernale dura più che altrove, le nevicate anche di parecchi metri non sono una possibilità remota ma concreta. Tutti dovrebbero avere la possibilità di collegarsi, tanto più in situazioni eccezionali come questa, dove il mancato accesso alla rete non consente di fruire di tutti i “privilegi” della modernità, dal lavoro a distanza alle lezioni online e via dicendo.

La comunità vive quasi solo d’estate

La connettività e l’adeguamento tecnologico non sono però gli unici aspetti su cui lavorare. Chi vede la Val Maira con gli occhi del turista – come faccio io quasi tutte le estati – la vede come un luogo idilliaco.

«Molti giovani vi hanno riposto speranze, e sono stati anzi fondamentali nel favorire la nascita di un nuovo turismo, più autentico, gentile, consapevole. Ma i servizi non sono ancora all’altezza. Tanto per citare un esempio, manca un asilo nido, il che significa che spesso i neogenitori devono arrangiarsi per conciliare impegni familiari e lavorativi».

«Il turismo stesso ci ha fatto benissimo, la Valle Maira si è trasformata dalla fine degli anni Novanta a oggi fino a diventare un modello internazionale. Però, nei periodi di “morta” turistica, la comunità non esiste. Perché mancano i luoghi della socializzazione comunitaria, perché l’apertura di molte attività asseconda la stagione turistica. Il risultato è che la comunità si sfilaccia, e che l’inverno è spesso vissuto in un completo isolamento».

Lavorare sul settore primario, con una prospettiva culturale

Le capre di Lo Puy. Ph Lo Puy

Con Roberto, faccio una breve panoramica sulle aziende che, in valle sono impegnate nel settore primario. Si fanno i nomi di Silvia Massarengo e Paolo “Papi” Rovera, prima alla guida del mitico (ormai, purtroppo) ristorante del Sarvanot e ora titolari di un caseificio che porta lo stesso nome; si fa l’esempio di Lo Puy, che produce formaggi di capra magnifici.

Complessivamente, però, le aziende agricole stabili in valle sono pochissime. «Il lavoro da fare sarebbe enorme, e bisognerebbe partire dal rivedere il modo in cui sono indirizzati i contributi europei. La Pac, di fatto, non ha contribuito a rafforzare le comunità alpine, non ha fatto i necessari distinguo tra allevatori e agricoltori di montagna e di pianura, ha messo le comunità montane nella situazione di non essere competitive. Mai. Né direttamente né indirettamente».

Il lavoro da fare è tantissimo. Ma siamo convinti che un’idea di futuro migliore non possa prescindere da queste terre, che resteranno sempre alte, ma che non possono continuare a essere remote o marginali.

La conferenza Riconnettere le Terre alte è stata organizzata da BBBell e Slow Food.

L’immagine di copertina di questo articolo è relativa al progetto Slow Food Travel, ed è stata scattata nelle montagne biellesi.