Ecologia, equità, economia: la riscoperta delle Terre alte

12 Ottobre 2020

Le Terre alte rappresentano un nodo cruciale nel quadro delle relazioni fra spazi urbani e spazi rurali, e sono senza dubbio fra le aree più fragili e complesse da interpretare del nostro pianeta.

Proprio alle Terre alte è stato dedicato il penultimo Forum di questa cinque giorni inaugurale della tredicesima edizione di Terra Madre: un viaggio attraverso diversi continenti ed ecosistemi, che si propone di fare luce sugli interrogativi più urgenti che li coinvolgono.

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SPOPOLAMENTO E DISSESTO IDROGEOLOGICO: I PROBLEMI

Ormai da decenni, nella maggior parte del mondo le Terre alte vivono processi di progressivo spopolamento e sono vittime di un dissesto idrogeologico che, combinato con la crisi climatica e il declino della biodiversità, non accenna a fermarsi.

Lindsey Hook, Outreach Expert FAO, e Maurizio De Matteis, giornalista che si occupa di tematiche legate ai territori alpini, hanno coordinato per Slow Food una riflessione internazionale che, dal Marocco alle Filippine, dall’Austria al Perù, ha evidenziato criticità comuni ma anche molti progetti condivisi per ridare speranza a questi luoghi e a chi li abita.

L’AGRICOLTURA DELLE TERRE ALTE

«L’Himalaya» ha dichiarato Anita Paul, co-fondatrice della Pan Himalayan Grassroots Development Foundation «rappresenta circa il 60% dell’area totale del nostro paese e accoglie quasi il 4% della popolazione. Ma, dato ancora più importante, custodisce il 70% della sua biodiversità. Ciò che accade qui ha un impatto sulle vite di circa 300 milioni di persone. Fino al 1980 si viveva di agricoltura di sussistenza. Poi la crisi climatica ha stravolto gli stili di vita delle popolazioni locali, che hanno iniziato a migrare sistematicamente. L’agricoltura montana è stata abbandonata, e ora le donne e i bambini hanno difficoltà a soddisfare le loro esigenze quotidiane di acqua e energia. Per questo è importante formare i giovani e permettere alle donne contadine di avere accesso al mercato, così da garantire loro un reddito decoroso».

L’agricoltura delle Terre alte, il Presidio delle antiche varietà di lupini di Huyalas

TERRE ALTE E DESERTI

In alcuni casi, è il deserto a rendere ancora più complessa la sfida delle popolazioni che vivono nelle zone montuose. «Io rappresento una comunità marocchina che vive a 3700 metri di quota» racconta Jamal al Houssain. «Qui i contadini lottano contro la siccità. Fino a 50 anni fa era una regione dimenticata dal governo, senza elettricità. Naturalmente, non avendo sufficienti risorse per sostenere i suoi abitanti la regione ha iniziato a vivere un esodo senza pari, rendendosi sempre più dipendente dagli aiuti commerciali dall’esterno. Soltanto negli ultimi 15 anni la comunità ha ripreso a lavorare per essere autonoma, recuperando tecniche e tradizioni locali ormai scomparse. Per esempio, stiamo investendo molte energie nelle pratiche di essicazione di legumi, verdure e carne, che si erano smarrite con l’arrivo delle moderne tecniche di refrigerazione».

LA SOPPRESSIONE DELLE CULTURE

E, dove la natura si è mostrata benevolente, ci ha spesso pensato l’uomo a creare intorno a sé terreni aridi e ostili. «Nella nostra comunità in Messico» spiega la biologa Helda Morales «il razzismo ha provato a cancellare ogni traccia del sapere indigeno che ci tramandavamo da generazioni. Negli anni Sessanta il governo ha avviato un programma per cercare di sopprimere la nostra lingua e la nostra cultura. Il trattato di libero scambio del ’94 con gli Stati Uniti ha stroncato la nostra economia a causa del mais importato dall’America. Abbiamo perso i nostri giovani, che sono emigrati all’estero. Siamo stati bombardati di prodotti raffinati e pieni di conservanti».

Il Presidio della pecora sambucana, ph. Paolo Andrea Montanaro

DIALOGO TRASVERSALE

Ciononostante, un credo comune a tutti i relatori presenti c’è: il dialogo trasversale, fra culture e generazioni diverse, per riportare alle comunità locali i saperi trasmetti dalla terra.

«Bisogna trasmettere ai giovani» conclude Lam-en Gonnay, dalle Filippine «questo valore: la natura è vita. Non si può prescindere dall’acqua, il sole e la terra. E proprio per questo è importante che diventi il cuore di ogni movimento di rinascita ecologica e culturale».

di Gioia Baggio, info.eventi@slowfood.it

I protagonisti dei tavoli di discussione:

  • Anita Paul (National Dairy Development Board di Anand)
  • Lam-en Gonnay (portavoce della comunità Slow Food per la conservazione delle conoscenze locali tradizionali/indigene del patrimonio alimentare di Pasil, Kalinga, Indigenous Terra Madre Network)
  • Christian Kresse (Slow Food Travel Austria e Slow Food Villages)
  • Giuseppe Pidello (architetto e coordinatore della Rete Museale Biellese, promotore del recupero del paesaggio terrazzato del monastero della Trappa di Sordevolo)
  • Jamal al Houssain (fondatore di Migration et Developpement)
  • Javid Gara (fondatore di Camping Azerbaijan e del gruppo ambientalista Ecofront)
  • Marco Marchetti (Past President di SISEF, presidente di Alberitalia)
  • Helda Morales (biologa, impegnata nel gruppo di agroecologia Ecosur
  • Alain Dlugosz (progetto Huerta de Tipón)
  • Zarasisa Wakamaya Cazho Zaruma (membro di Indigenous Terra Madre Network in Ecuador).