Etiopia: l’agricoltura urbana sostenibile inizia a scuola

16 Giugno 2020

A differenza di quel che è accaduto altrove nel mondo, in Africa l’Etiopia non ha vissuto il peggio della pandemia di Covid-19: il Paese rappresenta circa il 10% della popolazione totale del continente, ma meno del 2% dei casi di Covid.

Ma questo non ha impedito al virus di avere un impatto enorme sulla vita quotidiana, anche se, a differenza della maggior parte dei paesi del mondo, non si è fatto ricorso al lockdown.

Per avere un quadro più chiaro della situazione in Etiopia e del lavoro della rete Slow Food nell’adattarsi a questa nuova realtà, abbiamo parlato con Eskender Mulugeta, il fondatore di Food Secured Schools Africa, di IncrEdible Gardens, e un convinto sostenitore dell’agroecologia.

PERSEVERANZA

«Andiamo avanti. Le persone non sono bloccate, così possono andare al lavoro e procurarsi il cibo da mangiare, ma il prezzo del cibo è schizzato alle stelle. Le cipolle costano 40 birr (circa 1 euro) al chilo, quasi il doppio di prima. Il motivo del salto dei prezzi non è del tutto chiaro, ma è chiaro che dobbiamo affrontarlo. Bisogna agire. Questo potrebbe essere fatto incoraggiando le persone all’autoproduzione, favorendo l’agricoltura urbana e l’agricoltura domestica».

L’agricoltura è di gran lunga il settore più importante dell’economia etiope…

Anche se negli ultimi anni si è ridotta in termini di percentuale sul Pil totale, passando da oltre il 60% dell’economia nei primi anni Novanta a circa il 30% oggi, il che testimonia la crescita esponenziale dell’industria etiope. Tuttavia, nonostante i due terzi della forza lavoro etiope lavori ancora nel settore agricolo, il Paese è oggi un importatore netto di prodotti alimentari. «Vengono importati riso, zucchero, olio, persino grano e fagioli» mi dice Eskender. “L’ultimo rapporto della Banca Mondiale che ho visto ha calcolato la nostra fattura di importazione a 1,5 miliardi e mezzo di birr (circa 40 milioni di euro) all’anno».

ORTI SCOLASTICI

L’altro fattore in gioco è l’urbanizzazione. Se ora in Etiopia la popolazione urbana è relativamente piccola (solo il 20% circa della popolazione vive in città, rispetto alla media globale del 55%), questa è destinata ad aumentare rapidamente nei prossimi decenni. L’urbanizzazione porta spesso all’alienazione tra società urbane (consumatrici) e rurali (produttive), ma è proprio qui che Eskender sta lavorando per colmare il divario: attraverso la promozione dell’agricoltura urbana negli orti scolastici di Addis Abeba e non solo.

Preparativi per la semina di un orto scolastico.

«Io coltivo ortaggi a foglia, patate e zucca. Li usano nelle scuole locali per nutrire gli studenti. Nella scuola elementare di Mekdela spesso sono in menù zuppe di zucca e zuppe di verdure, mentre nella scuola di Bruh Tesfa fanno le patatine fritte con le patate dell’orto scolastico. Altre scuole producono canna da zucchero e ceci che usano per preparare spuntini tradizionali come il nefro fatto con mais bollito e grano insieme a fagioli o ceci».

«Il Covid ha insegnato alle nostre comunità l’importanza di un cibo locale sano. La gente è più consapevole della necessità di alimenti diversificati e nutrienti, e ora che i prezzi di alcuni di questi alimenti sono molto alti, la popolarità dell’autoproduzione è in aumento. Il cibo locale diventa più importante quando le persone non possono permettersi di acquistare prodotti confezionati».

CAMBIARE STILI ALIMENTARI

«In passato, l’alimento base era costituito dall’injera (una focaccia acida e fermentata) e dal nefro, ma molte persone hanno dimenticato o trascurato questi alimenti a favore di cibi percepiti come più moderni… Pasta, pizza, riso, alimenti con un più alto contenuto di amido e un più basso valore nutrizionale complessivo. Fagioli e legumi sono divenuti meno popolari, ma ogni volta che faccio riscoprire alle persone i piatti tradizionali a base di fagioli della cucina etiope sono molto apprezzati. Penso che la gente stia diventando sempre più consapevole dell’importanza di coltivare il proprio cibo. Non possiamo aspettare che qualcun altro cambi il sistema alimentare per noi, possiamo cambiarlo noi stessi creando i nostri sistemi alimentari locali. Il Covid ci sta riportando ai nostri cortili e ai nostri balconi dove coltivare qualcosa, ci sta dicendo di smetterla di affidarci ai supermercati. In questo periodo, abbiamo venduto un sacco di piantine a persone desiderose di coltivarsi il proprio cibo».

Piantine in vendita.

Speranze future? «Ne ho tante! Voglio competere con la Bayer e la Monsanto a livello locale (ma non internazionale!) promuovendo il cibo sostenibile. Sono un imprenditore, e vedo opportunità redditizie nell’agricoltura sostenibile. Sono entusiasta di questo. Il mio prossimo obiettivo è quello di vendere 10.000 piantine di avocado sul mercato locale e di collegare gli orti scolastici locali a comunità più ampie. Voglio usare gli orti scolastici come piattaforma per insegnare alla più ampia comunità locale i modelli che possono replicare a casa per coltivare il proprio cibo. Penso che il futuro sia luminoso, e sto lavorando ogni giorno per raggiungerlo».

POTENZIALE LOCALE

Il futuro più luminoso che Eskender si immagina non è limitato solo ad Addis Abeba, ma a tutto il paese: «L’immagine internazionale dell’Etiopia non è molto buona. La gente sa della carestia e della guerra, ma ora stiamo entrando in un periodo di prosperità. E anche per quanto riguarda il Covid, non siamo stati colpiti duramente in termini di vittime. Ciononostante la carenza di cibo sta insegnando alla gente una lezione preziosa. Penso che il governo non possa non accorgersi del potenziale dei sistemi alimentari locali resilienti».

Eskender con la coordinatrice di Slow Food Sara Assefa presso l’orto scolastico Don Bosco.

«L’Etiopia ha enormi risorse e molta terra: meno della metà della terra coltivabile del paese è coltivata. Ma non dovremmo invitare le multinazionali a prendere in mano la nostra terra e i nostri semi; dovremmo controllare tutto noi stessi attraverso le banche dei semi locali a cui hanno accesso i piccoli contadini». È questa la missione di Slow Food nel paese: diffondere buone pratiche agroecologiche tra contadini, orticoltori, nelle scuole e presso il governo, in modo da ridurre le importazioni e accrescere la nostra sostenibilità».

di Jack Coulton, info.eventi@slowfood.it

1 La popolazione è più che triplicata dal 1980, passando da 35 milioni di abitanti a oltre 110 milioni, con una crescita media del 3%. Nello stesso periodo, il Pil è cresciuto oltre 10 volte.

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