Gli ecosistemi: una storia d’amore – Incontro con Andreas Weber

Gli ecosistemi non sono un concetto astratto: sono gli spazi che viviamo e quelli che ci circondano, vicini e lontani.

Ph. Florian Büttner

Lo sono un lago, un orto, una foresta, un’oasi, per esempio, ma anche, naturalmente, le città che abitiamo. Ognuno di questi spazi ha le proprie specificità, le proprie unicità, definite dagli organismi viventi e non viventi che lo occupano e dagli scambi di materiali e di energia che intercorrono tra di loro. Ciò che rende uno spazio un ecosistema sono proprio questi scambi, che assicurano la prosecuzione della vita.

GLI ALTRI: UN BISOGNO VITALE

Se però questa definizione non vi chiarisce ancora del tutto di che cosa stiamo parlando, forse Andreas Weber vi aiuterà a capirlo meglio. Biologo e filosofo, il 52enne di origine tedesca ha pubblicato diversi saggi sull’ecologia – tra cui Matter and Desire. An Erotic Ecology (Materia e desiderio, un’ecologia erotica, 2017, tradotto in lingua inglese) – e sostiene che gli ecosistemi siano «processi d’amore». Che cosa significa? «Un organismo, per poter esistere, ha bisogno degli altri organismi» spiega il filosofo tedesco. «Ne ha bisogno in diversi modi: come partner di accoppiamento, come cibo, come rifugio, ad esempio».

Detto in altri termini, la vita negli ecosistemi si fonda sulla relazione tra gli elementi che vi fanno parte. Proprio per la caratteristica di interdipendenza, in questa relazione l’equilibrio è fragile e richiede che «ogni essere vivente, umano e non, dia spazio agli altri – di cui abbiamo un bisogno vitale – affinché possano fiorire». Non solo: la sopravvivenza di un ecosistema si fonda sulla consapevolezza che «è possibile realizzarsi solo permettendo agli altri di realizzare sé stessi». Meccanismi che, secondo Weber, assomigliano a quelli che fanno funzionare una storia d’amore, la cui vitalità si basa su ciò che i partner sanno scambiarsi e si alimenta della capacità dei partner di affermarsi singolarmente. 

SENZA RECIPROCITÀ NON C’È SOPRAVVIVENZA

Anche se la vita è un processo di profonda reciprocità, denuncia il filosofo, «oggi fatichiamo ad accorgercene». La responsabilità, naturalmente, è dell’uomo: «Per molto tempo la reciprocità nei confronti di tutti gli esseri è stata parte integrante della cultura umana. Negli ultimi tempi, invece, le società occidentali hanno cominciato a sostenere che esiste una sola specie di persone – cioè l’uomo – e che tutte le altre sono soltanto cose».

La vita dell’uomo, in un ecosistema governato da dinamiche invisibili proprio come quelle che animano una storia d’amore, non può prescindere dagli insetti, né da nessun altro elemento. Ph. Archivio Slow Food

Un approccio non soltanto sbagliato ma potenzialmente letale, alla luce delle interconnessioni presenti negli ecosistemi: «Se pensiamo che le cose possano essere usate per assicurare l’esistenza dell’uomo, la reciprocità finisce». E con lei anche la vita: «Non si può perdere la reciprocità e sopravvivere. In questo modo l’uomo è destinato a sparire anche lui, spiritualmente, emotivamente e fisicamente».

DIPENDIAMO DAL MONDO PICCOLO

Senza volerci avventurare in scenari apocalittici, una riflessione è doverosa e riguarda le api e gli altri insetti impollinatori, veri protagonisti della biodiversità dei nostri ecosistemi e dell’agricoltura. Così piccoli da passare spesso inosservati, ricoprono invece un ruolo fondamentale all’interno del sistema alimentare, impollinando le colture che diventano il nostro cibo. Eppure oggi la loro sopravvivenza – e con lei anche la nostra – è minacciata dall’utilizzo massiccio di pesticidi sintetici e dalle politiche agricole che mirano esclusivamente all’aumento delle rese. Un processo che va discapito della salute e della biodiversità, e che getta un’ombra sul futuro della sopravvivenza: perché la vita dell’uomo, in un ecosistema governato da dinamiche invisibili proprio come quelle che animano una storia d’amore, non può prescindere dagli insetti, né da nessun altro elemento.

GLI ECOSISTEMI A TERRA MADRE SALONE DEL GUSTO

Gli ecosistemi sono il cuore del prossimo Terra Madre Salone del Gusto. Non solo come elemento allestitivo, ma soprattutto come protagonisti di un’importante riflessione politica, di una nuova geografia in cui il cibo non ha confini politici, non ha barriere, ma radici, ed è frutto di viaggi, scambi, migrazioni, prestiti… Gli ecosistemi hanno fragilità simili e, quindi, sono simili e condivisibili le possibili soluzioni. Soltanto se saremo capaci di leggere la realtà con un nuovo paradigma (che va oltre gli stati nazione), potremo trovare soluzioni.

di Marco Gritti, m.gritti@slowfood.it

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