L’acqua e il potere del lavoro delle comunità

21 Ottobre 2020

«L’acqua stabilisce un legame fondamentale tra l’uomo e la natura. Ci dà la misura di quanto sia sano il nostro rapporto con il pianeta. È un elemento cruciale della nostra vita. L’ONU ha riconosciuto il diritto umano all’acqua un decennio fa, eppure l’acqua sta diventando una risorsa sempre più scarsa, e l’accesso all’acqua è costantemente privatizzato».

«Oggi l’acqua è privata della sua identità biologica, della sua spiritualità e del suo potere curativo. È diventata semplicemente una ulteriore commodity, una merce». Così ha dichiarato Paula Barbeito, in apertura del forum Acqua: bene comune.

UN VIAGGIO FRA LE TERRE D’ACQUA

I protagonisti del forum hanno accompagnato i partecipanti in un viaggio tra le Terre d’acqua del mondo. Siamo partiti dalle montagne del Giappone, abbiamo attraversato le foreste indiane, abbiamo seguito il percorso dei fiumi balcanici. Siamo approdati sulle isole tunisine di Kerkennah, quindi in Kenya, per arrivare infine in America Latina. Ci sono stati raccontati i diversi sistemi che le comunità locali hanno messo in atto per proteggere le risorse idriche. Come le utilizzino in maniera efficiente, quale sia la loro importanza per la biodiversità, e quali i problemi che dobbiamo affrontare per proteggere questa risorsa vitale.

IL POTERE DELLA COMUNITÀ

Tomonori Tasaki lavora presso la municipalità di Takachiho, cittadina montana della prefettura di Miyazaki. Racconta: «Il sistema di irrigazione che utilizziamo protegge la biodiversità e promuove l’uso delle conoscenze tradizionali per un impiego efficiente delle risorse idriche».

Il sistema di agricoltura e silvicoltura delle montagne Takachiho-Shibayama è stato designato come sito GIAHS (Globally Important Agricultural Heritage Systems) dalla FAO nel 2015. Tutto questo grazie al suo sistema di irrigazione tradizionale a condivisione sociale, in un’area di produzione risicola unica nel suo genere. Il sistema di irrigazione è stato sviluppato nella prima metà del 1600. Oggi, le reti di canali d’irrigazione superano i 500 chilometri di lunghezza, alimentando oltre 1800 ettari di risaie. Tasaki sottolinea l’importanza del lavoro della collettività, con un obiettivo condiviso: «È un sistema comunitario, nessuno può realizzarlo da solo. Lavoriamo insieme, condividiamo l’acqua, il cibo, ma anche la responsabilità. Ad esempio, dopo un grande tifone ci assicuriamo che il sistema funzioni bene senza problemi. Usiamo questo stesso spirito per rendere il nostro sistema agricolo più sostenibile ed efficiente, come comunità».

LO SPIRITO DI CONDIVISIONE

Lo spirito di condivisione e di collaborazione è un rituale che si tramanda di generazione in generazione e che rappresenta il punto culminante del lavoro delle comunità indigene, come ci ha raccontato Aruna Tirkey, membro della rete indigena di Terra Madre a Jharkhand, in India.

«Questa è la storia di un uomo, Baba Simon Oraon. Ha usato le sue conoscenze locali per costruire piccole dighe di controllo utilizzando tecnologie e materiali locali. Ha iniziato a costruire canali e dighe nel 1961, confrontandosi con la comunità sulla conservazione delle foreste e delle risorse idriche come elemento di sostenibilità. Ora 50 comunità del Bero Block lavorano insieme, e più di 500 ettari di terreno sono irrigati con questo sistema».

Ph. Simon Oraon, EPS | New Indian Express

DESERTIFICAZIONE

«Oltre due terzi delle terre dello Jharkhand – il più alto fra tutti gli stati dell’India – sono in via di desertificazione. Eppure queste comunità lavorano insieme per sostenersi a vicenda e per un sistema che garantisca loro la sovranità alimentare. Hanno unificato le loro proprietà terriere per permettere a tutti di beneficiare del sistema di conservazione dell’acqua». «Baba Simon Oraon sostiene che i governi dovrebbero costruire piccole dighe di controllo piuttosto che grandi dighe dirompenti che cambiano il percorso e il moto dei fiumi, minacciando la biodiversità e determinando l’esodo delle comunità. Per questo dobbiamo continuare a lavorare per sviluppare politiche che tengano conto delle conoscenze delle popolazioni indigene e ne riconoscano il valore nella costruzione di un sistema più sostenibile».

Aruna Tirkey

TSUNAMI IDROELETTRICO

L’energia idroelettrica è interpretata come una delle forme di energia più pulite, e i Balcani hanno visto nell’ultimo decennio forti investimenti in questo campo a discapito delle comunità locali. Lo ha spiegato Marco Ranocchiari, giornalista italiano che ha documentato la privatizzazione dell’acqua nei Balcani.

«La penisola balcanica è l’unica regione europea dove i piccoli fiumi sono ancora a flusso libero. Le persone li vedono come parte della propria identità. Preservarli aiuta a preservare la loro cultura. A differenza dell’Europa occidentale, le persone nei Balcani hanno un forte legame con i loro fiumi. Attualmente ci sono 3000 nuove centrali idroelettriche in costruzione o in fase di avvio. La resistenza per fermarle è stata grande, e molte le proteste». 

 

Un fiume nei Balcani

«Si tratta di un movimento localizzato, poiché i fiumi e i torrenti sono piccoli, e le loro rive sono abitate da piccole comunità. Eppure, queste comunità si stanno unendo in un movimento che ha un suo impatto, dopo essersi rese conto della portata di questo fenomeno a livello regionale. Lavorando insieme, sono riuscite ad attrarre attenzione e ad avere più forza, molto di più che se ogni piccolo gruppo avesse agito da solo. La questione non è risolta, ma la morale della storia è l’importanza di agire collettivamente».

PRIVATIZZAZIONE E INQUINAMENTO

I Balcani non sono gli unici a lottare contro le grandi dighe idroelettriche. In Brasile il popolo Juruna sta patendo le conseguenze della costruzione della diga di Belo Monte, la più grande del mondo. Amaury Juruna, attivista della rete indigena di Terra Madre e dello Slow Food Youth Network in Brasile, spiega l’importanza del fiume Xingu: “Noi siamo il popolo Juruna, e Juruna significa Proprietari del fiume. Nasciamo, cresciamo e moriamo nel fiume. Abbiamo sempre avuto l’acqua, ma poi l’acqua è stata privatizzata. Tutti gli indigeni hanno sofferto, anche se ci siamo opposti al progetto.

La costruzione della diga di Belo Monte. Ph. Wikipedia

«Tutti si sono rivolti all’energia idroelettrica credendola una fonte di energia pulita. Tuttavia, le macchine impiegate per la costruzione danneggiano il fiume e la nostra biodiversità. Noi popoli indigeni siamo testimoni dell’entità del danno: il fiume è vittima delle centrali elettriche. Non riconosciamo più il fiume né il suo funzionamento, perché a gestire l’acqua ora sono le centrali elettriche gestiscono l’acqua, e non la natura. La nostra regione è stata sfruttata per secoli, sono venuti a prendersi il nostro cibo, le nostre risorse, ci hanno lasciato povertà e distruzione».

ACQUA E GESTIONE COMUNITARIA

La privatizzazione sotto forma di dighe è uno dei tanti modi per limitare l’accesso all’acqua per le comunità rurali e indigene. A entrare nel merito è Tumal Orto, anziano del popolo Gabbra in Kenya e membro della rete indigena Terra Madre. «L’acqua deve essere gestita come collettività, seguendo le iniziative comunitarie, perché le comunità indigene dipendono dall’acqua per i loro raccolti e per le loro mandrie. I governi dovrebbero iniziare a guardare alle strutture comunitarie esistenti per evitare conflitti».

I cammelli di Tumal Ort nel deserto di Chalbi, in Kenya

IL CODICE IDRICO IN CILE

In Cile, i conflitti per l’acqua continuano a crescere a causa del Codice idrico, emanato nel 1981. Questa legge concede i diritti sull’acqua alle grandi imprese minerarie e agroalimentari. «In Cile abbiamo l’81% dei ghiacciai dell’America Latina. Dobbiamo proteggerli, soprattutto ora che l’acqua viene venduta al miglior offerente».

«Il Cile è un Paese con una grande biodiversità, con molte zone climatiche e molti problemi. A sud, i Mapuche lottano ogni giorno per proteggere la loro foresta. Nella parte centrale combattiamo contro l’agroindustria che ci priva della nostra acqua. Nel nord, l’ultimo fiume che scorre naturalmente sta morendo. Dobbiamo cambiare il Codice idrico, perché permette alle multinazionali e alle imprese agroalimentari di appropriarsi delle nostre risorse». Così ha commentato Andrea Cisterna Araya della Comunità Slow Food Bajo Huasco, agricoltore e portavoce del movimento ambientalista Freirina.

In modo analogo, nel Gran Chaco in Argentina, le comunità indigene continuano a lottare per l’assegnazione dei diritti idrici ai grandi proprietari terrieri e agli allevamenti industriali. «Il problema dell’acqua è una delle questioni più gravi per la comunità. Stiamo lavorando a progetti che favoriscano la conservazione dell’acqua e la raccolta delle piogge come sistema di gestione collettiva, di cui beneficia  l’intera comunità» ha detto Horacio Daniel Duk, membro della Fondazione Gran Chaco e ACDI in Argentina.

Il ghiacciaio del Perito Moreno in Argentina. Ph. Rodrigo Soldon

I PROBLEMI DELL’ACQUA: TURISMO, PLASTICA, INQUINAMENTO

La testimonianza di Gonzalo Merediz, biologo messicano, ha affrontato invece il problema del turismo di massa. «L’inquinamento è il problema principale dello Yucatan. L’industria del turismo e dell’ospitalità genera un inquinamento enorme, che ha impatti sulle fonti indriche e sule barriere coralline, che continuano a morire. Come muore il corallo, muore anche l’ecosistema». Gonzalo è anche attivista del cambiamento climatico nello Stato di Quintana Roo con l’organizzazione Amigos de Sian Ka’an. Il loro lavoro si focalizza sull’educazione della comunità e la sensibilizzazione dell’industria del turismo e altre industrie della regione per una gestione più efficiente delle risorse idriche.

Ecosistemi fragili come le barriere coralline e le acque intorno alle isole tunisine di Kerkennah sono duramente colpiti dall’inquinamento, ma anche dai risultati della cattiva gestione del territorio e dalla crisi climatica. Lo ha spiegato Hafed Ben Moussa, pescatore e portavoce del Presidio della pesca tradizionale di Kerkennah. «Tradizionalmente usavamo la palma da dattero per costruire la charfia (un sistema di pesca tradizionale), mentre ora si usa la plastica per costruire gli strumenti di cattura. La plastica rimane nell’acqua. L’inquinamento e il cambiamento delle condizioni climatiche stanno influenzando il nostro stile di vita».

La conservazione di questi ecosistemi è importante non solo per la natura, ma anche per le persone. Il rapporto tra le comunità locali e il loro habitat è forte; la protezione dell’uno assicura la sopravvivenza dell’altro.

Grazie a tutti i partecipanti!

Moderatrici: Paula Barbeito (mattino), Liliana Vargas (pomeriggio)

Speakers: Tomonori Tasaki (Giappone), Aruna Tirkey (India), Marco Ranocchiari (Balcani occidentali), Hafed Ben Moussa (Tunisia), Tumal Orto (Kenya), Amaury Juruna (Brasile), Gonzalo Merediz (Messico), Horacio Daniel Duk (Argentina), Andrea Cisterna Araya (Cile).

di Paula Thomas, info.eventi@slowfood.it