Okinawa: salviamo la biodiversità e la diversità culturale

Per loro natura, le isole di tutto il mondo sono hotspots di biodiversità e diversità culturale. Come le specie animali e vegetali si adattano alle condizioni uniche di ogni isola, così anche le culture umane si sviluppano secondo le peculiarità di ogni ecosistema. Ciò che tutte le antiche culture insulari hanno in comune è un alto grado di autosufficienza. Okinawa, la più meridionale delle cinque isole principali del Giappone, non fa eccezione.

Sebbene sia spesso descritta come la più piccola delle isole principali del Giappone, Okinawa sarebbe meglio pensarla come la più grande di un insieme di isole culturalmente distinte. Stiamo parlando delle isole Ryukyu, che si espandono da Kyushu fino a Taiwan. Caratterizzato dalle loro spettacolari barriere coralline e dal clima tropicale della foresta pluviale, il regno degli indigeni Ryukyu è uno stato indipendente fino all’inizio del XVII secolo, quando è stato invaso e colonizzato dal Giappone. Solo nel 1879 le isole sono state completamente integrate nello stato giapponese.

Gli attivisti di Slow Food Ryukyu a Indigenous Terra Madre, Ainu Mosir, nel 2019.

SLOW FOOD RYUKYU

L’attivista Slow Food Shogo Manna, parte del Masamun Rescue project.

Okinawa è anche la sede di una fiorente comunità Slow Food, il che non dovrebbe sorprendere, dato che la dieta tradizionale di Okinawa – ricca di verdure, povera di carne, cereali e zuccheri nonché quasi priva di latticini – ha contribuito alla longevità delle isole, che hanno la più alta aspettativa di vita al mondo. Non solo, da Okinawa provengono anche due degli attivisti Slow Food più impegnati in Giappone: Remi Ie, direttrice di Slow Food International Japan, e Dai Kitabayashi, uno dei membri dell’advisory board della rete Indigenous Terra Madre.

Finora, l’isolamento di Okinawa ha anche fatto sì che i casi di Covid-19 siano stati significativamente pochi. Si parla di circa 150 di casi di Covid-19 al momento in cui scrivo, e 7 morti. In Giappone, in totale, i casi di Covid-19 sono 17.000, e 950 i morti. Ma tutto questo potrebbe cambiare se i turisti giapponesi si riversassero a Okinawa per le vacanze estive. Il governo locale sta cercando di evitare tutto ciò. È una situazione simile a quello che stiamo affrontando in Europa. Le economie che fortemente dipendenti dal turismo devono soppesare un’emergenza sanitaria con la solvibilità delle imprese locali.

TURISMO E SPRECHI ALIMENTARI

«Non abbiamo sperimentato un vero e proprio lockdown» mi dice Dai. «Tuttavia, la maggior parte dei ristoranti e degli hotel ha deciso di chiudere comunque, o di passare al take-away. L’idea del turismo è un po’ ridondante, al momento». Ciononostante, questa chiusura auto-imposta ha avuto un forte impatto sul sistema alimentare locale: «C’era molto cibo che, dalle fattorie ai ristoranti, andava sprecato, pertanto abbiamo deciso di avviare una campagna per generare consapevolezza sui cibi più a rischio».

Il progetto Masamun Rescue, salviamo i cibi deliziosi, presenta analogie con altre iniziative di Slow Food che sono sbocciate in tutto il mondo, come naturale conseguenza di questa realtà radicalmente trasformata. «Si tratta di un gruppo che mette in contatto i produttori che hanno prodotti invenduti a causa del Covid-19 con persone che vogliono sostenerli. La nostra economia si basa in gran parte sul turismo, perciò molti produttori di generi alimentari si trovano in gravi difficoltà. Come comunità locale, stiamo facendo il possibile per alleviarne le sofferenze». A oggi Masamun Rescue conta più di 500 membri e ha già conseguito un risultato importante: molti prodotti sono stati venduti anziché essere gettati».

Dai Kitabayashi a Indigenous Terra Madre ad Ainu Mosir nel 2019.

DAL PRODUTTORE AL CONSUMATORE

Il modo in cui funziona Masamun Rescue è semplice. I produttori pubblicano i loro articoli invenduti con foto, prezzo e posizione. I membri del gruppo li contattano direttamente per il ritiro o la consegna. Sembra così semplice, eppure c’è voluta una pandemia per spingere le comunità ad agire per facilitare la creazione di rapporti diretti. Uno degli obiettivi di Slow Food, sia a Okinawa sia altrove nel mondo, è garantire che queste relazioni sopravvivano e prosperino al di là dell’attuale emergenza Covid-19. In fondo, mettere in contatto produttori e consumatori, è una delle cose che Slow Food fa da oltre 30 anni.

Ispirandosi idealmente ai Disco Soup Days promossi dalla rete giovani di Slow Food, gli attivisti di Slow Food Ryukyu insieme ai ristoranti locali stanno adattando i menù da asporto per includervi verdure che altrimenti andrebbero sprecate. Come spiega Dai: «In questa situazione vacillante, l’importanza del cibo buono, pulito e giusto si manifesta chiaramente davanti ai nostri occhi. Il potere dell’informazione e la nostra capacità di condividere e reagire rapidamente sono stati fondamentali, perché sapevamo che la posta in gioco era alta! E così ci siamo riuniti come comunità, come persone che sostengono il piacere che si può trarre da un cibo delizioso. Ecco di cosa si tratta».

Masamun Rescue Project.

di Jack Coulton, info.eventi@slowfood.it

1 Oggi, 23 giugno, si celebra anche l’Okinawa Memorial Day (慰霊の日 Irei no Hi), che commemora la fine della Battaglia di Okinawa nella seconda guerra mondiale, dove oltre 240.000 persone hanno perso la vita. La restituzione dell’isola al controllo giapponese è avvenuta nel 1971, ma conserva ancora oggi una grande presenza militare americana.

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