Relazione è tempo di cura

24 Febbraio 2020

«Ho trovato una seconda madre, e Khadija ha trovato una nuova figlia. Il nostro è un legame forte, vero, siamo diventate l’una per l’altra un punto di riferimento. La relazione è tempo di cura».

Natalia e Khadija a Roma, per l’incontro dei movimenti popolari.

A parlare è Natalia Ferrazza, insegnante di diritto in un istituto tecnico professionale di Torino. Nel 2008 ha l’occasione di ascoltare un discorso di Carlo Petrini sul progetto ospitalità, e in famiglia danno la propria disponibilità.

L’IRAN È DIETRO CASA

«Inizialmente avevamo scelto i Paesi più vicini all’Italia, volevamo ospitare delegati francesi o spagnoli, pensando che ci sarebbe stato più facile, poi, andare a trovarli a nostra volta. A un mese dall’evento scoprimmo che ci era stato assegnato un delegato iraniano: Parviz Rezvani. Non si trattava di un produttore, ma di un docente impegnato sugli stessi temi promossi da Terra Madre. Lì per lì fummo sorpresi – l’Iran non è certo dietro casa, ma accettammo comunque, attratti dall’idea di entrare in contatto con una cultura tanto diversa, di cui sapevamo pochissimo».

Anzi, succede di più, perché questa cultura viene messa a disposizione degli studenti di alcune classi torinesi. Al tempo, infatti, Natalia insegnava in un liceo artistico, e Parviz venne invitato a parlare nella scuola, riducendo la distanza fra Italia e Iran.

Khadija, Natalia e suo figlio, una vera famiglia allargata.

UN’ESPERIENZA FOLGORANTE

Natalia è folgorata dall’esperienza, Parviz torna a casa loro anche nell’edizione 2010 di Terra Madre, mentre nel 2012 viene assegnata loro un’altra delegata… sempre dall’Iran. «Evidentemente l’Iran era scritto nel nostro destino. Quando l’ho conosciuta Khadija Razavi aveva 67 anni. Non era la sua prima volta a Terra Madre, dove era stata invitata perché, insieme al marito, aveva fondato il Centre for Sustainable Development and Environment (Cenesta), un’organizzazione iraniana impegnata sui temi dell’agroecologia, la desertificazione, il nomadismo».

È così inizia una storia di ospitalità, ma anche di amicizia e di scambi. Fra Natalia e Khadija si instaura un legame fortissimo, che va al di là delle edizioni dell’evento. «Nel 2014, con mio marito e mio figlio siamo stati per 20 giorni in Iran. Abbiamo vissuto con Khadija e la sua gente, anche con le comunità nomadi con cui lavora il Cenesta. E Khadija, che è spesso in Italia per lavoro, viene a trovarci tutte le volte che passa in Italia». Anche lei, come Parviz, ha parlato nelle scuole, e ha tenuto lezioni e incontri sui semi tradizionali anche presso l’istituto di Yoga frequentato da Natalia.

«La sua forza è contagiosa. Da quando abbiamo iniziato ad ospitarla, e a far sì che potesse condividere la sua esperienza, altre famiglie torinesi hanno aderito al progetto ospitalità. Coi nostri amici, ogni due anni, organizziamo la cena delle famiglie ospitanti e dei delegati: italiani, iraniani, sudafricani, tedeschi, statunitensi, tutti seduti insieme allo stesso tavolo, con esperienze diversissime ma sentimenti estremamente simili».

Qual è il collante, il trait d’union? «Sicuramente il senso della cura: per la terra, il cibo, la persona, le relazioni. Grazie a Khadija, noi ci siamo innamorati dell’Iran, e grazie a noi lei si è innamorata del Piemonte: il messaggio che porta ovunque è che la nostra è una terra ospitale, capace di aprire la porta di casa, e il cuore, agli sconosciuti». Una visione per nulla scontata in un periodo in cui spesso del Piemonte si sente parlare in senso contrario.

IL LIBANO A TORINO

Come Natalia, molte altre famiglie torinesi hanno aderito al progetto ospitalità. Una di queste è quella di Silvia Infusino, che ha scoperto il progetto solo recentemente, nell’edizione 2018, diventandone subito convinta ambasciatrice. «Abbiamo ospitato un delegato libanese: Socrat Ghadban. Siamo nuovi di questo progetto, e abbiamo aderito per dare modo ai nostri figli, che ora hanno 9 e 12 anni, di scoprire come è fatto davvero il mondo: che è scambio di culture, commistione, interconnessioni».

«Per ora, ci siamo limitati a ospitare, non siamo andati in Libano, e con il “nostro” delegato abbiamo mantenuto solo contatti sporadici, ma credo che aderiremo nuovamente al progetto. Ce lo chiedono proprio i nostri figli: mamma, mi raccomando, vogliamo ripetere l’esperienza!».

di Silvia Ceriani, info.eventi@slowfood.it

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