Terra e cibo: una questione vitale

19 Febbraio 2021

Siamo al quinto mese di Terra Madre e al trentacinquesimo anno di attività di Slow Food. E continuiamo imperterriti a parlare di terra e cibo, di agricoltura, allevamento e pesca. Se era importante farlo 35 anni fa, oggi è sempre più urgente.

Parlare di terra e cibo, come mostra Piero Sardo introducendo l’importante conferenza dedicata a questo argomento, è una questione vitale. Per il nostro futuro su questo pianeta. E anche per comprendere il tempo presente.

Terra e cibo è un discorso importante ed essenziale. Che affrontiamo con alcune delle persone che lo hanno accompagnato – e che hanno accompagnato Slow Food – nel corso degli ultimi decenni. Eric Schlosser, giornalista investigativo e saggista americano. Il suo Fast Food Nation risale al 2001, ma fa ancora scuola, purtroppo. Paul Ariès, sociologo e politologo francese, autore tra gli altri, dell’importante Lettre ouverte aux mangeurs de viande qui souhaitent le rester sans culpabiliser (2019). Winona LaDuke, economista e scrittrice americana, attivista per le lotte indigene.

Rivedi la conferenza Terra e cibo qui:

L’impatto fisico del cibo

Che cosa cambierebbe Eric Schlosser in Fast Food Nation, se dovesse riscriverlo oggi? «Non dovrei cambiare molto. Purtroppo molte delle questioni trattate sono peggiorate e l’impatto del cibo superlavorato è più che mai evidente. È un impatto anche fisico. Oggi il 75% dei cittadini americani sono obesi o in sovrappeso. E lo stesso avviene per un bambino su 7 di età compresa tra i 2 e i 5 anni».

A pagare il prezzo più alto sono, come ormai è accertato da tempo, le fasce più fragili e povere della popolazione. «Sta accadendo un po’ la stessa cosa che avviene rispetto all’industria del tabacco. Le persone istruite sono consapevoli dei danni del fumo, e hanno smesso di fumare. I poveri continuano a farlo, così come continuano a consumare questi cibi dannosi che avranno un impatto enorme sia sui singoli individui sia sulla società in generale».

Molte ombre e qualche luce

Ripartiamo dall’educazione

Ma in che senso la situazione è peggiorata? «Nel 2001 parlavo già degli allevamenti industriali, e del potere incontrollato delle multinazionali. Oggi questo potere è ancora più forte, e il target delle grandi aziende è diventato il continente africano. Si vedono e si ripetono le stesse modalità di 20 anni fa. Covid-19 ha ulteriormente esacerbato l’ingiustizia di questo sistema, che l’amministrazione Trump ha peraltro favorito in tutti i modi e con tutti i mezzi. Il movimento per il cibo buono, pulito e giusto ha ancora molta strada da fare».

Tuttavia, anche in un quadro così tetro, ci sono margini di speranza e soprattutto di azione. «La chiave del cambiamento sta nell’educazione. Più si ha accesso all’educazione, all’informazione, più si riducono le possibilità di diventare obesi. Più si ha accesso all’educazione, più si evolve verso un sistema alimentare sostenibile. La nuova amministrazione a Washington ha un enorme potenziale per modificare lo stato dell’arte, per far pagare alle aziende gli enormi costi di cui esse stesse sono responsabili».

La doppia rivoluzione alimentare

Interroghiamo Paul Ariès sul tema della carne, perché è questo il tema su cui è in gioco la posta più alta, e più determinante per il futuro. «Oggi è in atto una doppia rivoluzione alimentare. In primo luogo è una rivoluzione che riguarda il contenuto di ciò che serviamo a tavola, e che mangeremo domani. Gli esperti stanno dibattendo sul tasso di rinnovo dell’alimentazione, che potrebbe giungere al 70 o addirittura al 100%. I nostri figli e nipoti non mangeranno come noi, e d’altra parte neppure noi mangiamo come chi ci ha preceduti».

«Quello che è nuovo, è che questa rivoluzione non risponde più a cambiamenti culturali, ma alle nuove possibilità che vengono dalle biotecnologie. La parola chiave di questa rivoluzione è lo snaturamento della tavola, l’industrializzazione, l’artificializzazione».

«La seconda rivoluzione, invece, è il come mangiamo e cosa significa mangiare. La parola chiave di questa rivoluzione è la destrutturazione della tavola. Mangiamo qualunque cosa, in qualunque modo e luogo, con chiunque. Abbiamo perso il valore della tavola come un fatto sociale totale che riguarda il nostro essere individuale e collettivo, che si rivolge al corpo biologico e onirico – il piacere di mangiare, sociale, ecologico, e perfino politico».

Cibi artificiali e dove trovarli (e come evitarli)

piccolo farro del Rif
Ripartiamo dalla biodiversità

Ma se la tavola è la cartina di tornasole di una civiltà e di una cultura, che cosa ci sta raccontando, adesso? «Siamo in un tempo in cui chi mangia – prevalentemente da solo – non sa più cosa mangia. Siamo nel tempo dei miracoli tecnologici (di cui qui, per brevità, elenchiamo solo i nomi): la cisgenesi e la mutagenesi, ossia gli Ogm nascosti; la carne, le uova, le olive ristrutturate; gli alimenti nanotecnologici studiati per stimolare le caratteristiche che a tavolino si vogliono sviluppare; gli alimenti ionizzati a invecchiamento rallentato; le stampanti 3D alimentari. E poi il rischio maggiore che è quello derivante dall’agricoltura cellulare che porrà fine, se si imporrà, al legame esistente da migliaia di anni tra agricoltura e alimentazione. E che porrà fine alla civiltà rurale e contadina».

Ma un altro futuro è possibile, come racconta Ariès. Ed è quello che come Slow Food molti altri si impegnano a costruire: Via Campesina, le Amap, il movimento Incredible Edible. «Le persone non sono come le aziende vorrebbero. Le persone amano mangiare, e condividere. E a questo amore va accompagnata una forte volontà politica che favorisca la transizione agricola e difenda il principio di sicurezza sociale alimentare». La soluzione non arriva dalle biotecnologie, ma dalla volontà individuale e collettiva di riappropriarsi del cibo vero.

Le risposte indigene

Nel 2003 Winona LaDuke vinse il premio per la difesa della biodiversità grazie al manoomin degli Anishinaabeg, Presidio Slow Food che coltiva tuttora. «Gli indigeni sono il 4% della popolazione mondiale, e i custodi del 70% della biodiversità del pianeta. La decostruzione del sistema alimentare ci è chiara, da decenni. La nostra soluzione è nella cura per le risorse. Per coltivare il nostro riso selvatico, ci prendiamo cura dell’acqua, dei semi, dell’ecosistema. Otteniamo un riso selvatico. Che resiste ai cambiamenti. Che c’è sempre. È fondamentale preservare il selvatico».

«Molti indigeni sono agricoltori. Io, ad esempio, coltivo il riso, le patate, i carciofi, il mais. E posso affermare che i miei cibi, le mie colture sono più “smart”, più intelligenti, perché hanno sviluppato la capacità di adattarsi ai cambiamenti. Non è questione di singolo prodotto, ma di un approccio complessivo al tema del cibo e delle risorse. Bisogna approcciarsi al cibo cercando un adattamento alla crisi climatica, difendendo la biodiversità, e anche proteggendo il cibo indigeno. Tutti quanti. Perché siamo tutti sulla stessa barca».

Ricostruire il sistema del cibo

Educazione. Cultura. Biodiversità. Nuove alleanze. Decolonizzazione. Sembra una sfida improba. E a tratti impossibile. Ma cambiare è possibile.

di Silvia Ceriani, info.eventi@slowfood.it

Rivedi le conferenze di Terra Madre, a questo link.