The Harvest: sfruttamento, illegalità e doping

27 Luglio 2020

«L’oro del Pontino puzza di marcio». Lo dice Marco Omizzolo, sociologo e presidente della cooperativa romana In Migrazione, in uno dei passaggi iniziali di The Harvest, il docufilm del regista Andrea Paco Mariani.

Sabato 1 agosto 2020 verrà proiettato a Rueglio (in provincia di Torino), nell’ambito della rassegna Cinemambiente in Valchiusella, primo evento organizzato nell’ambito del progetto europeo Cinema communities for Innovation, Networks and Environment (CINE), di cui Slow Food è capofila.

Alle 21, prima della proiezione di The Harvest, è in programma un dibattito al quale parteciperanno Andrea Paco Mariani, regista del film, e due membri di Slow Food Youth Network (SFYN), Giorgia Giudice e Ottavia Pieretto, in cui si parlerà proprio di caporalato.*

RICCHEZZA E SFRUTTAMENTO

Perché mai l’oro del Pontino, cioè la produzione agricola e florovivaistica di quell’area –  notoriamente di qualità – dovrebbe puzzare di marcio? Perché, ed è quello che la pellicola denuncia in maniera efficace, la ricchezza di quel territorio spesso nasconde lo sfruttamento dei braccianti. In questo angolo del Lazio, in particolare, vivono e lavorano i membri della comunità Sikh, provenienti in massima parte dal Punjab indiano.

Le loro abitudini culturali e religiose li portano normalmente a vivere tutti insieme, isolati dal resto della popolazione: sommate alle difficoltà con la lingua italiana e alla scarsa conoscenza dei diritti dei lavoratori, costituiscono gli elementi che trasformano la comunità Sikh in un esercito silenzioso di lavoratori e lavoratrici sfruttati. Costretti a raccogliere, seminare ortaggi per 10-14 ore al giorno filate sotto il sole, e a chiamare “padrone” il proprio datore di lavoro. Il tutto per la miseria di quattro euro all’ora. «Vanno fatte delle distinzioni, perché non tutta la produzione di questo territorio cela situazioni del genere, ma la storia dei Sikh è emblematica» spiega Paco Mariani.

In che senso è emblematica?

Innanzitutto per le condizioni di vita dei braccianti, pagati una miseria e costretti letteralmente a doparsi per sopportare i massacranti turni nei campi: ciò che accade nel Pontino è la cartina di tornasole di una situazione che si ripete anche altrove. Ma è una storia significativa anche per il modo in cui la comunità migrante e quella italiana si stanno organizzando per trovare nuovi modi e nuovi linguaggi per dire: “No, non ci sto a vivere questa vita”.

ILLEGALITÀ NELLE PIEGHE DELLA LEGALITÀ

Partiamo dal principio: come funziona la tratta?

Siamo abituati a ragionare soltanto sui flussi migratori via mare o via terra, ma ci sono altre forme di migrazione: magari più sicure dal punto di vista dell’incolumità fisica, ma non per questo meno agghiaccianti. In india esistono agenzie del lavoro assolutamente legali che organizzano la forza lavoro in tutti i suoi dettagli: dal viaggio aereo agli accordi con l’azienda italiana; dal permesso di soggiorno al contratto con l’agenzia immobiliare per condividere l’appartamento in affitto insieme ad altri cinque o sei ragazzi. Un sistema oliato che viene presentato come opportunità, ma che di fatto è una tratta lavorativa.

Nel film si parla di “illegalità nelle pieghe della legalità”. In che senso?

Nell’Agro Pontino non si può parlare di lavoro in nero, perché non è così. È più corretto parlare di coni d’ombra della legalità, dove chi vuole fare profitto sulla pelle altrui riesce a farlo. Una delle leve di questo meccanismo è che, nel nostro Paese, la presenza di un lavoratore migrante è direttamente legata a un contratto di lavoro. Un sistema di questo tipo può facilmente sfociare in una forma di ricatto, ed è esattamente ciò che accade in provincia di Latina. Pur venendo sfruttati non ci si può permettere di perdere il lavoro, altrimenti si perde anche il permesso di soggiorno. Combattere contro queste forme di sfruttamento è faticoso, perché non sono del tutto illegali. Occorre dunque interrogarsi a monte, sulle responsabilità politiche a livello nazionale, europeo e internazionale che hanno generato tutto questo.

DOPING

Nel film, come accennato in precedenza, si parla anche di doping. Che cosa significa?

Il fenomeno è stato denunciato la prima volta nel report intitolato Doparsi per lavorare come schiavi, pubblicato nel 2014 dalla cooperativa In Migrazione. Molti braccianti fanno uso sistematico di sostanze per far sì che il corpo regga maggiormente l’urto di ritmi di lavoro così massacranti. Alcune sono droghe, altre sono sostanze legali, come ad esempio gli antidolorifici, di cui però si abusa. Oltre allo sfruttamento e alle fatiche disumane a cui si è costretti, credo sia inaccettabile ritrovarsi a spendere parte di quei pochi soldi guadagnati per doparsi.

Dall’impegno della cooperativa In Migrazione, e dalle successive denunce di molti giornali (Internazionale, il Fatto Quotidiano, l’Espresso) è cambiato qualcosa? 

Negli ultimi anni la comunità è riuscita a organizzarsi in forme nuove di sindacalismo di vario tipo, portando avanti rivendicazioni importanti e organizzando anche i primi scioperi. Alcune vertenze sindacali nell’Agro Pontino si sono risolte in condanne pecuniarie e penali, un segnale importante. 

È evidente che nella fase storica che stiamo vivendo abbiamo subito un forte arretramento dei nostri diritti, ed è altrettanto chiaro che non è colpa dei migranti. Siccome è un fenomeno in atto, occorre che italiani e stranieri procedano insieme in questa lotta: l’attivismo comune in quest’area del Lazio ne è una testimonianza importante. 

In tutta Italia, però, è importante diffondere ulteriormente la consapevolezza che qualità del prodotto e qualità della vita di chi lavora nei campi sono due aspetti che non possono più essere scissi: l’impegno di Slow Food, da questo punto di vista, è importante. 

The Harvest è un docu-film del 2017, diretto da Andrea Paco Mariani e realizzato da SMK Videofactory.

di Marco Gritti, m.gritti@slowfood.it

CinemAmbiente in Valchiusella è una rassegna di film selezionati dal Festival CinemAmbiente di Torino, affiancati da dibattiti e iniziative naturalistiche e ambientali inserite in un contesto territoriale di grande bellezza e suggestione. Scopri tutto il programma!

*Lo scorso aprile, SFYN ha lanciato la campagna #dietacaporalatofree con l’obiettivo di sensibilizzare i consumatori affinché prendano consapevolezza della filiera dei prodotti che portiamo in tavola, a partire da quelli agricoli. 

Soltanto la comprensione di ciò che accade nelle diverse fasi tra la semina e l’arrivo della merce nel nostro carrello della spesa può aiutarci a combattere lo sfruttamento dei braccianti, il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori e le storture che troppo spesso macchiano di ingiustizia i prodotti che acquistiamo.

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