Un altro allevamento è possibile

14 Marzo 2021

Con la campagna Slow Meat vi abbiamo spiegato l’importanza di consumare carne in modo consapevole. La scelta del taglio da utilizzare per l’arrosto della domenica non ricade solo su di noi e sui nostri commensali. Influisce fortemente sull’ambiente, gli animali e la biodiversità.

Ma dove trovare una carne slow? Un esempio di allevamento virtuoso ci arriva dalla Cooperativa Agricola Monte di Capenardo di Davagna (GE).

Per vedere l’allevamento di Capenardo, se si parte dal centro di Genova, basta percorrere Corso Sardegna e poi costeggiare il Bisagno. Arrivati all’altezza dell’antico acquedotto, si gira a sinistra per attraversare il fiume, poi subito a destra e comincia la salita. In 45 minuti lo scenario cambia completamente. Dalla città trafficata alla cima del Monte Candelozzo, che nel suo punto più alto raggiunge 1036 metri di altitudine.

Sul tema dell’allevamento e del consumo consapevole vi segnaliamo, sabato 20 marzo alle 17 il forum “Slow Meat: un altro allevamento è possibile. Registratevi a questo link per fruire del servizio di interpretariato.

Uno sguardo dall’alto

Da su si vede tutto, anche il mare quando l’aria è tersa.  Stefano Chellini, il Presidente della Cooperativa Monte di Capenardo, ci ha illustrato il panorama: si vedono in centro di Genova, le Alpi innevate, la Val Fontanabuona, la Val d’Aveto e la Val Bisagno. Si vedono anche Bargagli e Sant’Alberto. Davanti a noi il Monte Fasce. Poi, proprio dalla cima, si scorge l’arco Alpino, fino al Monviso. Insomma, se sei genovese e sei abituato ad avere lo sguardo rivolto verso il mare, è un’occasione per cambiare punto di vista e vedere tutto quello che c’è alle tue spalle.

Sulle pendici del Monte Candelozzo e del Monte Prati di Capenardo si estendono oltre 200 ettari tra pascolo e bosco di cui gli animali della cooperativa possono usufruire tutto l’anno. I pascoli si trovano ad un’altitudine media di circa 700 metri sul livello del mare, ma per raggiungere questa estensione ci è voluto il lavoro di due generazioni di soci che, a partire dagli anni 80, hanno riunito piccoli appezzamenti di diverse proprietà.

Allevare per ripopolare

Capenardo Allevamento

È stato infatti nel 1983 che un gruppo di residenti di Davagna (erano 20), ha deciso di avviare un allevamento brado di bovini di razza limousine e cavalli bardigiani. I soci fondatori erano mossi dalla volontà di contrastare l’abbandono di queste montagne, e di sfruttare i terreni un tempo dedicati ai seminativi o utilizzati come prati da sfalcio. Questa iniziativa è nata in un periodo di fermento virtuoso sull’Appennino: negli stessi anni nascevano altre due cooperative, quella dell’Alpe Sisa e quella di Bavari, oggi praticamente ferme per mancanza di ricambio generazionale.

Per fortuna, almeno a Capenardo il ricambio generazionale c’è stato.

 Nel 1998 è arrivato Stefano con altri due soci: due agronomi e un agrotecnico, che prima lavoravano in una cooperativa agricola sociale in Val Fontanabuona. I tre hanno deciso di dare continuità al percorso virtuoso iniziato dai loro predecessori e di certificarlo diventando azienda biologica. Da subito si sono organizzati per fare vendita diretta, con quelli che loro chiamano “pacchi carne”, pacchi formato famiglia che contengono carne di vacca, bovino femmina di oltre 4 anni.

Poi nel 2015 hanno rilevato una macelleria storica nel cuore dei caruggi genovesi, in via dei Macelli di Soziglia, che si chiama così perché, come si intuisce, fin dal medioevo è stata una delle aree della città vocate all’attività dei macellai. Qui vendono manzo e scottona (femmina tra i 2 e i 4 anni, che non ha ancora partorito), ed altri prodotti biologici. Infatti anche il punto vendita, che si chiama Macelli44, è certificato biologico.

Oggi i soci della Cooperativa sono sette. Poi ci sono i dipendenti, altri sette, che si occupano di tutto: animali, macelleria e, dal 2018, del laboratorio di trasformazione dei salumi, dove si producono salumi e insaccati senza nitrati e nitriti).

Il futuro dell’allevamento

Capenardo allevamento 3

A causa dell’altissima richiesta del periodo del lockdown, In questo momento a Capenardo ci sono solo 70 bovini di razza limousine. Di solito, allevano invece circa 150 capi di questa razza francese, rustica e resistente, adatta alla vita brada.

Durante la salita abbiamo visto le vacche sul versante del monte, delle macchioline fulve che si godevano il sole un po’ in pendenza. Lì i bovini stanno al pascolo tutto l’anno, grazie anche alla vicinanza del mare che tempera il clima. Si cibano delle essenze dell’appennino integrate con un po’ di fieno biologico che proviene dal Piemonte (Tortona) nei mesi più freddi. Negli ultimi mesi prima della macellazione, durante quello che si chiama periodo di finissaggio, gli animali sono trasferiti in un ricovero più a valle, e la dieta è integrata con cerali biologici, per un massimo del 30% della razione giornaliera.

I vitelli stanno con la mamma minimo 6 mesi, ma alcune volte si arriva addirittura a 10 prima dello svezzamento.  E non macellano mai i vitelli: tutti gli animali sono macellati, a Tribogna (GE), dopo i 24 mesi di vita.

A Capenardo, dal 2016, si allevano anche suini di cinta senese. Anche loro se ne stanno al pascolo 365 giorni all’anno su circa 4 ettari di bosco in cui possono grufolare e mangiare tutto quello che trovano, come ghiande, tuberi, frutti e radici. La loro dieta è integrata con una parte di mangime biologico.

A tenere i pascoli ben puliti ed eliminare cespugli e rovi ci pensano invece una quarantina di capre, di razza orobica e loro incroci, che vanno a completare questo piccolo ecosistema.

Un altro allevamento è possibile

Pascolo, integrazione ridotta al minimo, e uso quasi inesistente di trattamenti. Questi gli ingredienti di quello che chiamiamo allevamento sostenibile e rispettoso del benessere animale, ed è questo che intendiamo quando diciamo che quello che può fare la differenza non è smettere di mangiare carne, ma mangiarne meno, e scegliere quella buona.

L’allevamento estensivo è possibile? Stefano, Camilla e i ragazzi della Cooperativa ci dimostrano di sì. Ed è possibile anche così vicino alla città che per andare a vedere cosa vuole dire bastano 45 minuti e un buon numero di tornanti.

di Chiara Palandri