Il vino argentino, all’ombra dei monti più alti

02 Dicembre 2020

Qualcuno potrebbe erroneamente pensare che il vino argentino sia un fenomeno moderno. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Sebbene abbia iniziato a essere esportato in grande quantità solo negli anni Novanta, le radici del vino argentino sono antiche quanto gli inizi della colonizzazione. Risalgono al XVI secolo.

Nel 1550, quando furono piantate le prime viti nella regione di Mendoza, tutto il vino era ovviamente biologico. Ma oggi, per molti, il vino argentino è associato a un processo di produzione fortemente industrializzato e “modernizzato”. Eppure anche in Argentina ci sono viticoltori, che producono vini biologici e anche biodinamici. Oggi ve ne presentiamo due, che fanno parte del mercato online di Terra Madre.

Proviva

Proviva si trova nella provincia di Mendoza, nella parte centro-occidentale dell’Argentina. La cantina è stata fondata nel 2002, durante il boom della produzione vinicola in tutto il paese. Oggi è una delle poche aziende a produrre vino sia biologico sia biodinamico, limitando il più possibile l’uso dei solfiti e lasciando che siano le uve a raccontare la storia di questa terra. Ma non è sempre stato così.

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Le Ande viste dalla cantina Proviva/Chakana, a Mendoza.

Matteo Acmè, «All’inizio questa cantina lavorava in modo convenzionale» ci racconta Matteo Acmè, responsabile commerciale dell’azienda, entrato in azienda nel 2016. «Nei primi anni la cantina è cresciuta, senza però interrogarsi troppo sul modo in cui lo stava facendo. Dopo qualche anno, i proprietari di allora capirono che c’era qualcosa che non andava; che i metodi utilizzati stavano lentamente portando il suolo verso la morte». I prodotti chimici di sintesi, in altre parole, stavano impoverendo il terreno.

Una visione olistica

Così, nel 2012, il grande cambiamento. Continua Acmè: «Oltre all’introduzione del biologico e biodinamico ci siamo resi conto di quanto le scelte prese in agricoltura abbiano un impatto non solo sul suolo e sull’ambiente, ma anche sulle persone che lavorano la terra. In Argentina lo sfruttamento del lavoro minorile continua a essere un problema enorme e in generale le paghe spesso sono bassissime, con una forte disparità tra uomini e donne. Noi crediamo che coltivare rispettando l’ambiente e la biodiversità richieda anche di creare un ecosistema positivo per chi lavora». Per questo motivo, tra le altre cose, oltre ai circa 80 ettari di vigneto l’azienda ha messo a disposizione dei lavoratori agricoli un orto comunitario, di circa un ettaro, affinché producano ciò che desiderano.

Verso un’idea di comunità

«Negli ultimi due o tre anni, un po’ per moda e un po’ per una sensibilità in crescita, anche in Argentina è cresciuto il numero di cantine attente a questi temi. Otto anni fa però non esisteva affatto un dibattito di questo tipo». Per questo motivo, «c’è voluto un sacco di tempo per far apprezzare il nostro prodotto. Nei primi anni è stata una scelta presa più per noi, per le nostre convinzioni, che per ottenerne un beneficio economico o commerciale».

Oggi la cantina riesce a lavorare in modo sostenibile grazie soprattutto alla rete di persone che si stanno avvicinando al consumo di un vino sostenibile. Conclude Acmè: «Un po’ per volta è cambiato il modo di vendere. Cerchiamo di non arrivare soltanto sullo scaffale del supermercato, ma anche e soprattutto di incontrare clienti interessati, conoscerli uno a uno, instaurare una relazione personale. Il vino, d’altronde, crea convivialità, comunità ed è un potente messaggero di riflessione».

Canopus

L’azienda vinicola Canopus si trova un’ora a sud di Proviva, nella Valle di Uco, nella provincia di Mendoza. È stata avviata nel 2008 da Gabriel Dvoskin, al rientro nel suo paese dopo 15 anni trascorsi all’estero. Dice Dvoskin: «Ho avuto l’idea di tornare alle radici, all’essenza, alla natura. In quel periodo c’era il boom del Malbec in tutto il mondo, piacevano i vini robusti dove le botti di legno erano protagoniste, ma la terra in cui dovevamo coltivare l’uva ci diceva chiaramente che dovevamo andare controcorrente. Il terreno di El Cepillo ha terreni calcarei e una temperatura più fresca che si presta a vini più austeri e acidi, meno dolci. Sapevamo che questo percorso era un po’ fuori dalla comfort zone del mercato, ma per noi era fondamentale che i nostri vini riflettessero questo particolare territorio. Vini che esprimono il loro carattere naturale».

Gabriel Dvoskin. Photo: Canopus Vinos

Perché hanno scelto Mendoza? «È un luogo di immensa ricchezza agricola, un’oasi creata dalle popolazioni indigene della regione che hanno saputo coltivare il cibo quasi senza pioggia. Tutta la viticoltura qui è si sviluppa all’ombra delle alte cime delle Ande-Mendoza, dove si trova la montagna più alta al di fuori del continente asiatico. I terreni qui sono alluvionali, con pietre, sabbia, argilla e granito che qui si depositano lentamente, scendendo dalle montagne nel tempo. Ma l’importanza data al suolo varia a seconda del viticoltore. Con il duro lavoro e l’osservazione, il viticoltore dà un contributo fondamentale al suo vino».

Biodinamica

Quanto al biodinamico, Dvoskin dichiara: «Volevamo la purezza fin dall’inizio, così ci siamo consultati con Marcos Persia, specialista in biodinamica, che è arrivato prima del nostro primo raccolto. La biodinamica mi interessa molto, ma non è un fine in sé. È un insieme di strumenti, conoscenze e pratiche che ci permettono di avvicinarci al nostro obiettivo: la massima qualità possibile. Qualità è una parola piuttosto soggettiva. Il senso che le diamo noi è un prodotto che ha il carattere del luogo in cui è stato fatto, il vero gusto, una storia che lo lega a questa terra e alle persone che la vivono e la lavorano».

Canopus Vinos. Photo: Canopus Vinos.

Che vini produce Canopus attualmente? Risponde Dvoskin: «Produciamo 45.000 bottiglie all’anno. Due ettari sono coltivati a Pinot Nero, con il quale produciamo un rosso, un rosato e un secondo rosso utilizzando l’uva di una singola parcella. Da qualche anno facciamo anche un Pét-Nat con l’uva acquistata da un vicino. Facciamo anche tre Malbec: uno di essi, tuttavia, proviene da una singola parcella, e non siamo in grado di produrlo ogni anno. Abbiamo iniziato a sperimentare anche il bianco, un Sémillion, sempre con l’uva acquistata dai vicini.

Terra Madre

Per finire, Dvoskin racconta, brevemente cosa significhi essere parte di Terra Madre Salone del Gusto: «È un onore. In un’epoca di sovraccarico di informazioni abbiamo bisogno di spazi che scavino in profondità oltre gli strati superficiali della discussione sulla qualità e sulla cultura del cibo, sulla cultura del bere. Questo è per me il senso del Salone del Gusto, quindi è importante per noi essere allineati a questo festival culturale, politico e sociale».

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by Marco Gritti and Jack Coulton, info.eventi@slowfood.it